martedì 30 maggio 2017

Meister Heckhart e la spiritualità del distacco

«Quando predico, sono solito parlare del distacco e dire che l’uomo deve essere distaccato da se stesso e da tutte le cose. In secondo luogo, che deve essere reintrodotto nel Bene semplice, che è Dio. In terzo luogo, che si ricordi della grande nobiltà che Dio ha messo nell’anima, in modo che l’uomo giunga, così meravigliosamente, fino a Dio». 
Così, all’inizio del sermone Misit dominus manum suam, il maestro domenicano descrive la sua predicazione. In effetti, egli ripete sempre, anche se in modo sempre nuovo, con quella che Giuseppe Faggin, pioniere degli studi eckhartiani in Italia, definiva «sublime monotonia», il suo insegnamento: il distacco, appunto. Non v’è niente di nuovo in ciò, ed Eckhart lo sa benissimo. 

Questo è l’insegnamento che proviene da tutta la filosofia antica, e, insieme, il nucleo dell’evangelo, quale, nei secoli, la mistica ha conservato. La mistica, unica vera erede della filosofia antica, che era non solo e non tanto una professione intellettuale, ma un genere di vita, la vita vissuta come melète thanàtou, esercizio di morte, come Platone scrive nel Fedone.
Questa “morte” non è, infatti, altro che il distacco, l’esercizio continuo della liberazione dell’anima dai legami che la tengono prigioniera, non solo al corpo, ma soprattutto agli inganni, alle menzogne, che l’anima fa a se stessa, e che sono le più terribili, dal momento che in questo caso, come dice ancora Platone, «l’ingannatore è in noi stessi». Quasi a mo’ di riassunto, di conclusione della grande storia della filosofia antica, alla domanda su cosa sia necessario perché l’anima giunga a contatto con la “grande luce”, Plotino risponde infatti: «àfele pànta, — distàccati da tutto».
Con un’immagine che proprio da Plotino giunge al Rinascimento, il distacco è paragonato al lavoro dello scultore che toglie via il marmo che ricopre la statua, perché essa possa apparire, finalmente libera da ciò che era superficiale, inessenziale. La statua che ciascuno di noi deve scolpire, togliendo via l’inessenziale, è il nostro vero essere, ricoperto dalle incrostazioni costituite da tutto ciò che è accidentale, soggetto al tempo e allo spazio: carattere, abitudini, cultura, sentimenti, ecc.
Il distacco, l’evangelica rinuncia a se stessi, significa la fine di quella che nel suo volgare tedesco Eckhart chiama Eigenschaft, appropriazione, ovvero l’amore di se stessi, «radice di ogni male e peccato». Ma attenzione: il punto è che quel “noi stessi” da cui ci distacchiamo non è affatto il nostro vero essere, il nostro vero “io”. Proprio in quanto operazione di verità, discesa nel profondo dell’anima, svelando le radici egoistiche del nostro pensare, del nostro volere, del nostro sentire, il distacco mette a nudo l’anima nostra, mostrando che quell’“ego” cui siamo tanto affezionati è in effetti un mero agglomerato di volizioni, contenuti, pensieri, che rimandano l’uno all’altro senza fine, davvero senza capo né coda. Solo Dio può a buon diritto dire “io”, scrive perciò Eckhart, giacché un “ego” come sostanza è inattingibile.
E, sotto questo aspetto, il distacco è un’operazione di indagine, di ricerca su stessi, che sorpassa di gran lunga le moderne psico-analisi e che trova un eventuale parallelismo solo nelle filosofie dell’India, tanto induista quanto buddhista (non a caso il maestro domenicano è la principale figura cristiana di riferimento nell’attuale dialogo-confronto tra mistica d’oriente e mistica d’occidente).
«Per quanto tu percorra l’anima, mai non troverai i confini, tanto profondo è il suo Logos», recita un detto del primo filosofo del Logos, Eraclito — uno di quei «maestri pagani che conobbero la verità prima della fede cristiana» — e questo assioma potrebbe valere anche per Eckhart.
Dio non è un ente, afferma perciò Eckhart: lo si pensa come ente solo per il nostro peccato, l’amore di noi stessi, che ci costringe a pensare in modo oggettivante, con tutte le contraddizioni che ciò comporta nell’ambito del divino. Dio è Spirito, come Gesù dice alla samaritana, e non v’è, quindi, una conoscenza “teologica” di Dio come di un ente; v’è invece un vivere dello Spirito nello Spirito già qui e ora, nel presente, con tutta la beatitudine che alla vita dello Spirito è connessa, una beatitudine incondizionata, che, verrebbe da dire con Dante, «intender non la può chi non la prova».
Questa, della “nascita” del Logos, del Figlio, nell’anima, con la quale il cristiano è reso uguale al Figlio, figlio come il Figlio, è la caratteristica specificamente cristiana del maestro domenicano, che non può perciò — nonostante ogni somiglianza — essere accomunato a guru o maestri di altre religioni o tendenze, tanto meno alla contemporanea new-age.
Resta però vero che il suo insegnamento può essere facilmente equivocato: difendendolo dalle accuse che gli erano state mosse, e che avevano fatto censurare come eretiche alcune sue proposizioni, Giovanni Taulero, domenicano suo discepolo, ricorda infatti che il suo “amabile maestro” non è stato compreso da chi intendeva solo il linguaggio della temporalità, perché egli «parlava invece dal punto di vista dell’eternità».
di Marco Vannini

giovedì 2 marzo 2017

David Maria Turoldo: l'uomo, il profeta, il testimone



«Attingere alla figura dei testimoni per dare alla vita cristiana stimolo, slancio e coerenza. La fede è chiamata a superare il rischio delle cose futili per alimentare una vita capace di andare oltre alle preoccupazioni legate al quotidiano per costruire il Regno di Dio». Con queste parole il parroco di Fara San Marino, don Emiliano Straccini, ha,
attraverso l’omelia tenuta nella celebrazione dell’VIII domenica del Tempo Ordinario, introdotto le molte persone convenute nella Chiesa di San Remigio alla partecipazione all’incontro con la ricercatrice e professoressa Mariangela Maraviglia, autrice del poderoso volume “David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992)”, edito dalla Morcelliana. Un incontro, quello con la professoressa toscana Maraviglia, assai atteso in quanto inserito all’interno dei “Dialoghi della Badia” ma soprattutto tappa profetica e significativa dell’Anno Giubilare di S. Martino di Tour, che la comunità farese sta celebrando in questo anno di grazia.

Un incontro profetico, dicevamo, in quanto, sottolineava nella Messa don Emiliano, «la grande povertà del tempo attuale sta nel voler disincarnare il culto dall’impegno, la fede dalle scelte operate nella vita personale e quotidiana. Ogni giorno il Signore è con noi nelle nostre fatiche. Adorare Dio vuol dire riconoscere che Lui è Signore della nostra esistenza, sostegno delle nostre ginocchia vacillanti, affinché si possa passare dalla “paura per il domani ai giorni del rischio”, come padre Turoldo amava dire».

Ad animare la celebrazione eucaristica e successivamente l’incontro nel quale è stato presentato lo studio di dottorato della ricercatrice Mariangela Maraviglia è stato il coro guidato dal maestro Natale Sabrina, il quale ha saputo attraverso la musica creare il clima necessario di ascolto e riflessione sia della Parola di Dio sia delle parole di Turoldo, le quali hanno riecheggiato nello splendido sfondo dell’affresco absidale della Chiesa di San Remigio.

Ad introdurre alla folla interessata dei presenti la figura di quella “coscienza inquieta della Chiesa” che ha attraversato da protagonista il Novecento, interessandosi di ogni ambito del sapere e delle arti umani, è stato il professor Riccardo Beltrami, docente di religione cattolica presso la Scuola Secondaria Inferiore di Casoli e di Sant’Eusanio. Il professore, ripercorrendo la vita di padre Turoldo, ha evidenziato come egli abbia avuto una personalità davvero poliedrica, capace di intrecciare, in maniera tutt’altro che superficiale, molteplici relazioni con vari esponenti dell’ambiente culturale, politico, religioso e sociale della sua epoca, da Bontadini ad Apollonio, da don Zeno a monsignor Loris Capovilla fino al regista Pier Paolo Pasolini. Un grande comunicatore, Turoldo, loquace ed onnipresente, con la sua instancabile voglia di esserci per porsi al servizio dell’essere umano senza risparmiarsi mai. Il voler penetrare il mistero della persona umana, soprattutto in difesa dei poveri e degli ultimi, ha portato Turoldo a cavalcare in pochi decenni l’onda della ricerca filosofica, della stampa, dell’arte, della poesia e persino della regia cinematografica. Il suo obiettivo, quello di ridare al mondo del dopoguerra quella “misura umana” che purtroppo si era perduta a causa di umane atrocità. In tutto ciò centrale per lui diveniva il ruolo della fede, sempre da proporre e mai da imporre, e della Chiesa, chiamata ad accogliere l’essere umano peccatore e a farsi portavoce di una autentica “religione dell’amicizia”, che nessuno esclude ma tutti coinvolge riportando ognuno all’essenziale.

Il professore ha ringraziato, alla fine del suo intervento, Mariangela Maraviglia per aver avuto la bontà di studiare la persona di David Maria Turoldo, senza risparmiarsi la fatica di ricercare le fonti storiche e di tessere le fila delle molteplici relazioni allacciate dal religioso, al fine di ridare dignità alla sua figura, ripulendola da ogni ingiusto pregiudizio. L’Autrice, infatti, ha mostrato ai presenti con appassionate parole come Turoldo sia stato un uomo di Dio di grande generosità e come abbia partecipato alle speranze del dopoguerra credendo in una società giusta ed avviando lui stesso processi di giustizia aprendo strade chiamate a divenire “storia”. Un’avventura, quella di Turoldo, che la dottoressa Maraviglia ha detto esser divenuta anche la sua avventura e che, pagina dopo pagina, spera che diventi anche l’avventura di ogni lettore del suo studio, in special modo in un’epoca da molti chiamata delle “passioni tristi”, come quella che stiamo vivendo ora, nella quale veramente Turoldo può divenire «una risorsa di persuasione, di coraggio, di perseguimento del bene».

giovedì 23 febbraio 2017

Carlo Maria Martini. Il silenzio della Parola



L’occasione che ci ha riunito tutti insieme attorno all’Arcivescovo Bruno Forte è stata la presentazione del libro del sacerdote veronese don Damiano Modena, “Carlo Maria Martini. Il silenzio della Parola”, edito dalla San Paolo e riguardante in particolar modo l’ultima stagione di vita del Cardinale. Don Damiano è stato, infatti, scelto da Martini per accompagnarlo nei suoi ultimi istanti di vita.
Dopo le parole del moderatore della tavola rotonda, don Emiliano Straccini, ha preso la parola padre Arcivescovo in quanto amico e confidente del cardinal Martini fin da quando era arcivescovo di Milano. Padre Bruno ha evidenziato come monsignor Martini fosse un uomo di grande umiltà e di attento ascolto. Di lui il porporato ha messo in risalto tre aspetti che lo hanno caratterizzato, ossia quello di biblista, di sacerdote e di pastore.

Martini era un biblista, professore di critica testuale. Un amore alla Parola che lo ha portato ad esprimersi sempre attraverso un denso immaginario biblico. Aveva consuetudine con il testo biblico, sapeva porre domande ad esso, scavava nel testo traendo nel pozzo della Parola cose antiche e nuove. Egli aveva ben chiaro di come la Parola di Dio fosse Dio stesso e non un testo morto e di come fosse essenziale porre ad essa domande vere e forti, che interpellano nel profondo la vita del cristiano.

Ma egli non era stato, secondo padre Bruno, solamente uno studioso, ma anche un modello di gesuita, capace di ascolto radicale della Parola. Cosa questa che aveva ereditato dal suo direttore spirituale il gesuita padre Georg Sporschill, un uomo di pochissime parole e pubblicazioni. Egli gli aveva insegnato ad accostare in maniera autentica la Parola di Dio, con scavo paziente e ritorno perseverante.

Biblista, gesuita ed anche pastore di una grande metropoli, Milano. Pastore di questa città, Milano, si ritira in una città, Gerusalemme, la città della straordinaria bellezza, sapienza e dolore. Tre elementi che Martini aveva ritrovato anche a Milano, nella quale seppe mettere in luce i valori e la bellezza dello spirito e della liturgia ambrosiana. Ma non solo. In quella che poteva essere una autentica palestra culturale il pastore Martini seppe porsi in dialogo con i non credenti inventandosi la “cattedra dei non credenti”. Ma Milano fu anche la città del dolore durante gli anni di piombo del terrorismo. Il cardinale Martini seppe abitare il dolore degli uomini con rispetto e con la sua pronta e premurosa presenza.

Densa e ricca di contenuti è stata anche la relazione del professore Enrico Galavotti, docente di Storia del Cristianesimo presso l’Università “D’Annunzio” di Chieti, ha sottolineato dal canto suo come il cardinale Martini sia divenuto un punto di riferimento per molti, anche al di fuori della sua diocesi. Egli è stato un custode del Concilio Vaticano II in un momento in cui il Concilio veniva contestato. Ha anche messo nelle mano dei cristiani la Bibbia, credendo nella sinodalità e prendendo sul serio la crisi della Chiesa dinanzi alla modernità. Lui capiva che era necessario annunciare in modo nuovo il Vangelo. Meriti di Martini questi, per i quali egli è stato anche vilipeso e attaccato dalla stampa cattolica, come “campione del progressismo cattolico”.

Martini è stato, secondo l’illustre docente, un vescovo italiano “anomalo”, perché sempre pronto a parlare e a sollevare questioni dinanzi ad un episcopato italiano un po’ afono e malato di “pappagallismo”  e compiacente nei confronti del Santo Padre.

Il libro di Modena permette al lettore di entrare con umiltà ed in punta di piedi all’interno della fase finale della sua vita. Esso però non è solo un “diario della fine” ma un testo di grande attualità, dato che affronta il tema della morte e del “fine vita”. Tutti ne facciamo esperienza. Ogni morte è una storia a sé, ci svela qualcosa di chi muore e di noi stessi. Martini chiede a don Damiano di accompagnarlo verso la morte. Un libro particolare ed istruttivo, visto che tratta lo spinoso tema del “fine vita”. Tratta della malattia che condusse Martini alla fine…un tremolio alla mano che non riuscì a controllare, spogliandolo e denudandolo del desiderio di trascorrere gli ultimi anni della sua vita a Gerusalemme. Gli tolse la voce, proprio a lui che era stato una voce importante all’interno della Chiesa italiana.

Nella malattia subentra anche il dubbio, il quale però non riuscì ad offuscare la fede del cardinale Martini, tanto che in una delle sue ultime celebrazioni della messa ebbe a dire: «Se anche dall’altra parte non vi fosse nulla sono felice di aver vissuto questa vita e di averla condivisa con  voi». Da anziano malato ha più tempo per guardare la televisione e visitare i cimiteri.  Non si intristiva al vedere delle tombe abbandonate, ma quelle sfarzose, che non rimandano alla loro verità di essere semplici luoghi di passaggio. Poco prima di morire dirà: «Io ho rinunciato a tutto e sto molto bene», frase che testimonia come egli non abbia mai rinunciato ad essere un maestro ed un testimone autentico di quella Sacra Parola che ha nella sua vita creduto, studiato e amato, tanto da poter divenire a pieno titolo il traghettatore dell’umanità nel Nuovo Millennio.

mercoledì 8 febbraio 2017

Tzvetan Todorov: la letteratura mi aiuta a vivere

«Ho sempre amato la letteratura perché mi aiuta a vivere» soleva dire Tzvetan Todorov, uno dei massimi intellettuali contemporanei, morto martedì 7 all’età di 77 anni. Allievo del celebre semiologo Roland Barthes, il pensatore bulgaro naturalizzato francese si distinse infatti sin da giovane, a Parigi, nell’ambito accademico e saggistico, ma ben presto la sua attività di studioso finì per investire altri ambiti, dalla storia alla filosofia, dalla critica strutturalista alla sociologia.
I suoi interessi storici, in particolare, si sono concentrati su temi cruciali, come i campi di concentramento stalinisti e nazisti: emblematica, al riguardo, è l’opera Di fronte all’estremo (1992), incisiva riflessione sugli orrori dei gulag e dei lager, in cui mette in guardia dall’illusione che simili atrocità — lette come il prodotto perverso della società di massa — non si ripeteranno più. Appassionato lettore di Montaigne, Rousseau, Constant, maturò nel tempo un crescente interesse sulla complessa questione del rapporto dell’uomo con l’altro. Una problematica analizzata nel libro La conquista dell’America. Il problema dell’altro (1984) dove prevale una concezione austera e pessimista: Todorov denuncia infatti l’effetto distruttivo della colonizzazione europea sulla cultura indigena, nel segno di un processo di assimilazione forzata che va necessariamente a ledere l’identità e la dignità dei nativi. Al tema del rapporto interpersonale, concepito come basilare per la costruzione di una civiltà armonica ed egualitaria, è dedicata anche l’opera Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana (1989). È del 2009 uno dei suoi libri più noti, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, in cui teorizza il rischio della «deriva violenta» dell’Europa. E subito dopo l’attentato di Nizza del 14 luglio 2016, in un’intervista ammonì: «Dobbiamo evitare di diventare anche noi dei “barbari”, di diventare torturatori come quelli che ci odiano». Affermazione sostenuta dalla consapevolezza che non c’è attentato, anche il più sanguinoso, che «possa mettere in pericolo la sopravvivenza della democrazia».

lunedì 16 gennaio 2017

Il libro "Il compito degli ebrei" di Feuchtwanger e Zweig

Due voci ci giungono dal passato — nel piccolo libro Il compito degli ebrei di Lion Feuchtwanger e Arnold Zweig. (Firenze, Giuntina, 2016, pagine 77, euro 10) a cura di Enrico Paventi — a parlarci di nazionalismi, sionismo, antisemitismo, etica, ebrei: tutti temi a tutt’oggi quanto mai attuali, quindi. Sono ambedue del 1933, l’anno terribile in cui Hitler prende il potere. Sono le voci di due celebri scrittori tedeschi, Lion Feuchtwanger e Arnold Zweig, ambedue ebrei. Feutchwanger, scrittore molto apprezzato anche nel mondo anglosassone, che all’avvento di Hitler era impegnato in un giro di conferenze in Inghilterra e negli Stati Uniti, non tornò in patria. Nello stesso 1933 fu privato della cittadinanza tedesca e i suoi libri vennero dati alle fiamme. Si stabilì in Costa Azzurra a Sanary sur-Mer, luogo dove aveva trovato rifugio una folta colonia di scrittori e intellettuali tedeschi. Nel 1936-37 si avvicinò al comunismo e scrisse su un suo viaggio in Urss suscitando reazioni negative da parte dei suoi colleghi scrittori, in particolare di Arnold Zweig. Nel 1939, allo scoppio della guerra, fu internato come straniero di un paese nemico, nel 1940 fu arrestato dai nazisti ma riuscì a fuggire e a riparare con la moglie negli Stati Uniti, dove morì nel 1958. Quanto ad Arnold Zweig, riuscì a lasciare la Germania e attraverso la Cecoslovacchia e la Svizzera giunse anche lui in Costa Azzurra, a Sanary. Il suo obiettivo era però la Palestina, e riuscì a raggiungerla già alla fine del 1933. Era sionista ma l’impatto con la Terra promessa non gli fu facile se già nel gennaio del 1934 scriveva a Freud: «Non mi preoccupo più della “terra dei padri”. Non ho più alcuna illusione sionistica. Senza entusiasmo, senza abbellimenti e persino senza scherno, guardo alla necessità di vivere qui tra gli ebrei». Nel 1948 tornò in Europa e visse in Germania est, a Berlino, onorato e riconosciuto fino alla morte, nel 1968.
Questi scritti, ambedue brevi, in particolare quello di Zweig, e mai tradotti prima in italiano, sono il frutto immediato della catastrofe, il prodotto dell’inizio dell’esilio. È la fine di un mondo, un mondo di cultura, di creatività, di razionalità. Chi scrive ha di fronte un antisemitismo omicida, sospetta che anche il suo rifugio sarà solo temporaneo, si sente interpellato come intellettuale sul compito che la minoranza perseguitata di cui fa parte ha di fronte. Un compito che non riguarda solo gli ebrei ma l’umanità intera. C’è in ambedue, nella loro spinta a cercare una via che riconosca l’identità e il compito degli ebrei, il bisogno netto di sottrarli al loro solo destino di vittime. E se Feuchtwanger scrive analizzando lucidamente i nazionalismi e in particolare quello degli ebrei, il sionismo, Zweig pone al centro della sua analisi quella simbiosi ebraico-tedesca che era stata appena distrutta dalla barbarie nazista, l’apporto straordinario dell’ebraismo alla cultura tedesca, e afferma con forza che il nazismo non riuscirà nel suo intento: «Al di là della violenza e delle sue sanguinose profezie resta la parola, anche quella dell’ebreo, e saranno costretti a lasciarla stare».
Per Feuchtwanger il nazionalismo, nella sua forma regionale, legata al territorio, ha la sua origine nel nazionalismo ebraico degli zeloti, in contrapposizione al cosmopolitismo e alla tolleranza dei romani. Ma dopo la “dolorosa punizione” ricevuta con le guerre giudaiche, i sostenitori di questo tipo di nazionalismo sono rimasti in pochi fra gli ebrei. Il nazionalismo ebraico si distingue dagli altri nazionalismi perché si riconosce in un principio intellettuale, il Dio di Isaia o il Dio di Spinoza, non nella terra, nella razza, e nemmeno nella storia. Questo loro riconoscersi in un principio intellettuale è, per l’autore, all’origine dell’odio che gli antisemiti hanno per gli ebrei. Il principio intellettuale è di per sé immateriale ed esiste solo una forma in cui l’immateriale può esprimersi, la scrittura. Il cuore del sionismo, dice Feuchtwanger, è costituito dall’università di Gerusalemme.
Quell’università, ricordiamolo, fondata nel 1925 da uomini come Chaim Weizman, Gershom Scholem, Judah Magnes, Martin Buber, Sigmund Freud, Albert Einstein. Tutti intellettuali cosmopoliti, aperti al mondo e alla convivenza dei popoli, lontanissimi dall’idea di espansione territoriale o di dominio fondato sulla forza. Perché il nazionalismo ebraico, dice ancora Feuchtwanger, «non mira a consolidarsi ma a dissolversi».
Così, nel momento della scelta, questi due scrittori in esilio, senza rispondersi ma con una sostanziale complementarità di sensi e di ragione, si ponevano di fronte alla barbarie che avanzava e rispondono invitando gli ebrei a distinguersene nel modo più rigoroso possibile, dando loro il compito di farsi portatori di civiltà. Non la potevano vedere allora in tutto il suo orrore, quella barbarie, ma c’è in questi scritti un presagio che ci colpisce e ancora spaventa.
di Anna Foa

martedì 10 gennaio 2017

Deceduto Zygmun Bauman, lo studioso della "società liquida"

Sarebbe un errore imperdonabile racchiudere Zygmunt Bauman
soltanto all’interno della categoria della modernità liquida. Certamente, quell’aggettivo “liquido” sarà associato per sempre all’opera intellettuale del sociologo polacco, scomparso ieri novantunenne, ma altrettanto certamente, da solo, non riesce a esprimere l’itinerario biografico-culturale di un intellettuale che ha attraversato tutto il Novecento venendo a contatto diretto con gli orrori del XX secolo: l’invasione nazista della Polonia nel 1939 che lo obbligò a fuggire in Unione Sovietica; e l’antisemitismo del regime comunista di Gomulka che nel 1968 lo costrinse ad abbandonare il proprio Paese.
Esperienze di vita che saranno ben presenti anche nella sua riflessione intellettuale. «Gli orrori del XX secolo — scrive nel 1998 in un volume collettaneo intitolato Nazismo, fascismo, comunismo — derivano dai tentativi pratici di creare la felicità» e dal potere totale necessario a instaurare quell’ordine. «Se il piano nazista prevedeva che certuni venissero uccisi per ciò che erano e non potevano fare a meno di essere — afferma Bauman — il modello comunista di costruzione del nuovo ordine richiedeva che le persone venissero assassinate per ciò che facevano o pensavano».
Al fallimento epocale di tutte le elaborazioni soteriologiche novecentesche che si prefiggevano di costruire un nuovo ordine politico che avrebbe dovuto liberare l’uomo dal giogo delle proprie catene millenarie, si sostituisce, dopo il 1989, un mondo nuovo. Un mondo complesso e globale, al tempo stesso opulento e fragile, di cui Bauman è stato, senza dubbio, uno dei più acuti e vivaci interpreti.
La genesi e il successo dell’espressione “modernità liquida” si devono soprattutto alla sua collocazione storica: quando alla fine degli anni Novanta la globalizzazione (termine abusato quanto, per ora, insostituibile) sembra essere la caratteristica peculiare di un contesto internazionale segnato da un “nuovo disordine mondiale” e la categoria della “post-modernità biodegradabile” sembra non riuscire più a racchiudere quella lunga e continua trasformazione/transizione delle società occidentali. Una transizione verso quale destinazione? Risiede probabilmente in questa domanda — che evoca un mutamento sociale percepito come veloce, continuo e obnubilante — il successo della categoria della modernità liquida.
Una categoria che, sebbene sia entrata nel senso comune collettivo in modo epidermico e talvolta come sbrigativa chiave interpretativa del mondo contemporaneo, contiene una forza simbolico-evocativa assolutamente non comune. Evoca, ad esempio, l’incertezza e la “solitudine del cittadino globale”, il “destino della libertà” nella società attuale e una nuova tappa antropologica dell’uomo moderno: quella di essere diventato, essenzialmente, un homo consumens. Ma è anche vicino a quella critica al relativismo che ha caratterizzato il pensiero di Joseph Ratzinger.
Siamo entrati, afferma Bauman, in quel periodo storico dove le istituzioni classiche destinate a formare e ad attribuire un’identità e un’idoneità sociale degli individui, come le scuole, gli ospedali, gli eserciti e le famiglie, stanno vivendo una crisi strutturale.
Una crisi che produce il venir meno del principio di responsabilità pubblica. Ogni individuo, liberamente ma in solitudine, diventa soltanto «il sorvegliante e l’insegnante di se stesso». In questa nuova società globale le persone vivono una solitudine conformistica e una forma di disagio esistenziale caratterizzato dall’incertezza, dalla precarietà lavorativa e dall’insicurezza. «L’insicurezza odierna — scrive Bauman — assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota».
La società dei consumi, evidenzia il sociologo polacco, forgia «le proprie fortune sulla premessa di soddisfare i desideri umani in modo impossibile e inimmaginabile per qualsiasi altra società precedente» e su una sindrome consumistica che si basa sulla velocità, sull’eccesso e sullo scarto. In definitiva, sostiene Bauman, la società individualizzata — liquido-moderna e consumistica — è di fatto un luogo di produzione di “esseri umani di scarto”. Di quegli uomini-zombie, cioè, come i rifugiati e gli esuli, che sono privati di ogni mezzo di sopravvivenza e che vengono scartati, ovvero messi ai margini della società.
Le “vite di scarto” di Bauman rimandano immediatamente alla cultura dello scarto denunciata in più occasioni da Francesco. In più occasioni, infatti, negli ultimi anni, il sociologo polacco ha manifestato apprezzamento per l’azione del Papa. Il dialogo e la solidarietà sono le due parole che più spesso ricorrono in questi interventi. Due parole che, forse, sintetizzano meglio di altre una strada comune da percorrere insieme, anche in futuro, tra credenti e non credenti.
di Andrea Possieri

giovedì 20 ottobre 2016

"Dov'è Dio?" in un articolo di Enzo Bianchi

Di fronte ai totalitarismi e agli eventi tragici vissuti nel secolo scorso, ma anche a eventi disumani che si rinnovano nei nostri giorni, sembra sorgere quasi spontanea la domanda: «Dov’è Dio? Perché non interviene?». Forse anche nelle nostre vite conosciamo ore di prova in cui ci poniamo interrogativi analoghi. 
A volte queste domande appaiono anche nelle biografie di uomini e donne che accusano di attraversare una notte oscura, una notte in cui manca la luce, nella quale Dio pare assente e soprattutto taciturno, muto, come se avesse posto tra sé e il credente una spessa nuvola che impedisce ogni tipo di relazione, anche quella della parola. Dio tace, non si fa sentire, oscura il suo volto…, e il credente geme, soffre questa assenza di Dio, fino alla tentazione della disperazione, del cedere alla nientità che fa dire nel cuore: «Dio non esiste, non c’è nulla, nulla vale la pena».
Non voglio difendere Dio, voglio solo che non lo si accusi per difendere se stessi. Alla persona ordinaria, semplice, che a volte afferma di soffrire il silenzio di Dio, di non sentire Dio presente, che accusa Dio di restare lontano e muto, con molto rispetto per il suo dolore e senza nessun giudizio mi viene da chiedere: «Ma non sarà forse lei a essere sorda, a non ascoltare?». Non riesco a pensare che Dio sia capace di interrompere il suo amore, di voler essere muto o nascosto per far soffrire il credente che lo invoca e che è nella prova. Certo, nella «cantica del mare» l’espressione: «Chi è come te tra gli dèi, Signore?» (Mi kamokah ba-’elim jhwh: Esodo 15, 11) è stata anche letta da alcuni rabbini: «Chi è come te tra i muti, Signore?» (Mi kamokah ba-illelim jhwh); ma questo vuole solo significare che Dio, anche quando vede la sofferenza, la prova del suo popolo o del singolo credente, non fa nulla e tace non perché sia indifferente o irato, ma perché rispetta il mondo, la storia, rispetta la grandezza e la fragilità degli umani.
Mi piace concludere queste mie riflessioni citando un famoso testo anonimo: «Ho sognato che camminavo in riva al mare con il mio Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia quattro orme, le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto due sole orme, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: “Signore, io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?”. E lui mi ha risposto: “Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti ho mai abbandonato: i giorni nei quali vedi soltanto due orme sulla sabbia, sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio”». Sì, sempre il Signore apre per noi il cammino e proprio nelle ore più oscure è lui che ci prende in braccio!
di Enzo Bianchi

martedì 11 ottobre 2016

Jacob Neusner: deceduto il teologo dell'ebraismo


Sabato 8 ottobre 2016 è morto, all'età di 84 anni, il rabbino Jacob Neusner, uno degli storici e dei teologi americani più famoso al mondo per i suoi studi sull'ebraismo. E' stato autore di centinaia di libri.  Era stato citato da Benedetto XVI nel primo volume della sua trilogia su «Gesù di Nazaret», nella sezione dedicata al Discorso della Montagna. Neusner è stato autore del saggio «A Rabbi Talks with Jesus» (1993), edito in Italia da Piemme nel 1996 con il titolo «Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù».




mercoledì 14 settembre 2016

Le facoltà dei sensi

Le vie della mente si fanno via via più penetrabili. Infatti, la progressiva messa in luce dell’infinita complessità del cervello umano grazie alle neuroscienze ci fa capire quanto, nel nostro relazionarci con le varie componenti del mondo esterno, nulla sia lasciato al caso. In particolare, lo studio delle percezioni sensoriali — gradevoli o meno — è di particolare interesse per comprendere i meccanismi interattivi che collegano i cinque sensi.
A confermarlo è una ricerca recente, pubblicato nella rivista internazionale di scienze della vita «eLife». Condotto da due ricercatori italiani attivi negli Stati Uniti (Alfredo Fontanini e Roberto Vincis) lo studio esplora il processo neuronale nell’elaborazione dei gusti, dimostrando come la corteccia gustativa — area cerebrale della percezione dei sapori — rilasci stimoli prima ancora di gustare il cibo. E proprio l’interazione dei sensi si rivela fondamentale in questa predizione cerebrale, poiché tutti quanti sono coinvolti nell’attivazione dei neuroni di quest’area.
Spiega Fontanini: «Immaginate di essere al bar sotto casa, in attesa che la colazione sia pronta. Come ogni mattina, appena cessato il rumore del vapore, sentite il barista chiamarvi e dirvi che il cappuccino è pronto. Mentre lo posa sul banco davanti ai vostri occhi, vedete la densa schiuma coperta da un velo di cacao e annusate l’aroma. Potete già pregustarlo». Proprio queste percezioni sensoriali prefigurano il sapore effettivo, preparando così il nostro cervello ad accogliere e risentire il sapore da lui aspettato.
Certo non sorprende il fatto che lo studio disegni l’olfatto il senso più performante nell’attivare neuroni della corteccia gustativa, tra i diversi stimoli non-gustativi. Già Marcel Proust, anticipando l’avvento delle neuroscienze, aveva intuito l’interdipendenza del gusto e dell’olfatto e l’impatto del loro potere congiunto nello stimolare la memoria smarrita, essendo la loro combinazione capace di suscitare l’“epifania”, quella misteriosa rivelazione scaturita improvvisamente da un oggetto comune.
Di fronte alla morte e alla finitudine di ogni cosa, scrive Proust in Dalla parte di Swann, l’odore e il sapore «restano ancora a lungo come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi, sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo». In questi ultimi anni l’intuizione dello scrittore ha avuto conferma scientifica e prese grande rilievo con la scoperta del nesso che collega il sistema olfattivo con l’ippocampo — associato alla memoria — e con l’amigdala, che fanno parte del sistema limbico, zona del cervello che gestisce le emozioni.
La celeberrima vicenda della piccola madeleine di Proust rimane quella più eloquente al riguardo: la sola vista di quello che chiamava «piccola conchiglia di pasticceria» non bastava a svegliare gli avvenimenti più profondamente radicati nella mente del giovanotto in cerca di una felice percezione risalente all’infanzia, quando era a casa di sua zia, nel villaggio di Combray. Solo dopo aver annusato e gustato quel pezzetto di madeleine infuso nel tè ebbe la rivelazione desiderata. Quando, miracolosamente, «tutti i fiori del parco di M. Swann, le ninfee della Vivonne e la brava gente del paese, le loro piccole case, la chiesa e tutta Combray e suoi dintorni, tutto questo che va prendendo forma e consistenza, è uscito, città e giardini» da quella tazza di tè. 
di Solène Tadié

giovedì 28 luglio 2016

Il giusto Abele: riflessione sul male

Dinanzi ai fatti terrificanti accaduti in questi ultimi mesi riportiamo un articolo uscito su «La Croix» del 23-24 luglio.


Bossuet scrive che la morte di Abele per mano di suo fratello Caino costituisce la “prima azione tragica” dell’umanità. Prima morte, primo omicidio, prima tragedia. Come è potuta l’umanità degli esordi giungere così rapidamente a un simile disastro? si chiedeva già il Midrash. Il racconto biblico dell’assassinio è particolarmente ellittico: «Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise» (Genesi, 4, 8). Non si sa né esattamente perché né come. Alla concisione misteriosa delle parole risponderanno le immagini degli artisti. Fin dall’antichità l’uccisione di Abele è stata abbondantemente rappresentata. «Dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria» (Matteo, 23, 35), bisogna mostrare il sangue perché il sangue parli.
Quello di Abele, il primo a essere versato, proprio come il sangue di Gesù, «dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Ebrei, 12, 24). Il sangue versato ha il peso di una parola che non si vuole mai sentire. Versare il sangue di un uomo è uccidere un fratello. «Solo mi ucciderà la mano del mio pari» ricorda il poeta (Osip Mandel’stam). Il primo peccato è l’assassinio. È in effetti proprio parlando di Caino che appare nella Bibbia per la prima volta la parola ebraica hat-tât che sarà tradotta con peccato. Rappresentare il sangue versato è essere fedeli al testo biblico nel quale Dio ricorda all’assassino che «la voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo» (Genesi, 4, 10).
Il Midrash spiega così che, non essendo ancora stato sotterrato nessuno, la terra si scandalizza del sangue che si spande su di essa. Ma che cosa dice il sangue visibile per la prima volta? Testimonia il silenzio di Abele, la vittima. Lui non ha parlato, sia che non abbia fatto altro che ascoltare suo fratello, sia che la sua parola sia stata ignorata o che lui abbia ignorato l’altro. I rabbini hanno voluto dare un contenuto a questo dialogo fallito o impossibile: la discussione avrebbe riguardato la condivisione del mondo, tra l’agricoltore sedentario e il pastore nomade; o una donna; o ancora questo mondo e il mondo dell’aldilà.
Nessuna spiegazione basta. L’assassinio interviene in questo racconto come una dimostrazione al contrario di qualcosa che non era stato possibile dire prima, come un modo per evitare una parola che non si voleva sentire. Quella dell’appello alla responsabilità di sé: diventa padrone di te stesso e delle tue pulsioni. O il sangue di Abele ricadrà su di noi.
di Fréderic Boyer

martedì 12 luglio 2016

I Cinquecento anni del ghetto di Venezia

Si celebra con mostre, convegni e pubblicazioni il cinquecentesimo anniversario della nascita del ghetto di Venezia, creato il 29 marzo 1516. È allora che il Senato veneziano, dopo lunghe discussioni, accettò la presenza ebraica in città, purché relegata in un luogo chiuso dal tramonto all’alba, dove gli ebrei non avrebbero potuto vivere insieme ai cristiani. 
Ghetto Nuovo, Venezia  (Foto: ©Awakening/Xianpix)
L’esempio di Venezia sarebbe stato seguito ovunque in Italia a partire dalla metà del Cinquecento, tanto che alla fine, con poche eccezioni, tutte le città italiane dove erano presenti degli ebrei li avrebbero chiusi in un ghetto. Lo scrive Anna Foa aggiungendo che la storia del ghetto di Venezia è in realtà, al di là dell’aspetto evidente della chiusura e della separazione dei mondi che comportava, una storia vivace e vitale, che si intreccia strettamente non solo con la storia di Venezia ma anche con quella del Mediterraneo. E il ghetto veneziano, a differenza dei ghetti che nasceranno più tardi in Italia, a partire da quello di Roma, su iniziativa essenzialmente della Chiesa, è un luogo dove confluiscono e si intrecciano culture diverse (gli ebrei italiani, quelli tedeschi, i sefarditi, i portoghesi), un ghetto insomma che potremmo definire cosmopolita.
A questo ghetto dedica ora un libro (Venezia e il ghetto. Cinquecento anni del “recinto degli ebrei”, Bollati Boringhieri, Torino, 2016, pagine 187, euro 15), che copre tutto il periodo della sua durata, dal 1516 fino al 1797 e si estende anche all’oggi, una studiosa di valore, Donatella Calabi, architetto e urbanista. Il suo sguardo è attento alla struttura abitativa del ghetto, ai rapporti del ghetto, o meglio dei ghetti (perché a Venezia erano tre, edificati in periodi successivi) con la città sia dal punto di vista urbanistico che da quello dei contatti tra i due mondi, dei mestieri esercitati dagli ebrei, della vita religiosa e comunitaria.
Il ghetto di Venezia nasce nel 1516 non, come poi a Roma e in molti altri luoghi, dalla chiusura entro mura e portoni di una comunità preesistente, ma dalla scelta attuata dalla Repubblica di accogliere infine gli ebrei in città, dopo molte esitazioni e brevi periodi di tolleranza. Il luogo prescelto è periferico rispetto alla città, l’isola di Cannaregio, lontana dal cuore commerciale di Rialto, dove negli ultimi anni gli ebrei erano stati ammessi in via eccezionale a causa della guerra di Chioggia che devastava l’entroterra veneto. Erano, questi primi ebrei del ghetto, ebrei tedeschi, prestatori, che avevano a lungo esercitato il prestito a Mestre a parte brevi periodi in cui erano stati ammessi in città. Il primo ghetto è il ghetto Nuovo, dove le botteghe dei prestatori si aprivano sul vasto campo tuttora esistente.
E dall’isola, dove c’erano state in origine fonderie di rame, il ghetto trae il suo nome, geto, letto dai tedeschi con la g dura come ghetto. Ghetto è quindi un toponimo, destinato a una lunga vita e a progressive estensioni semantiche. Per il momento è usato a Venezia, e a fatica si affermerà poi come il termine più diffuso per designare i quartieri chiusi degli ebrei che nasceranno in Italia tra la metà del Cinquecento e il XVII secolo.
di Anna Foa

lunedì 4 luglio 2016

La morte di Elie Wiesel

Incarnava agli occhi del mondo il dovere di ricordare. Lo scrittore e testimone della Shoah Elie Wiesel è morto il 2 luglio a New York, all’età di 87 anni. Nato nel 1928 a Sighet, in Romania, in una famiglia ebraica ortodossa, fu deportato nel 1944 ad Auschwitz-Birkenau, e poi a Buchenwald, dove perderà i genitori e una delle tre sorelle. Dopo la terribile esperienza nei campi della morte, dedicherà la propria vita al ricordo delle vittime: «Se sono sopravvissuto, dev’esserci stata una ragione. Devo fare qualcosa della mia vita» dichiarò in un’intervista al «New York Times» nel 1981. L’essere sopravvissuto, infatti, è «una cosa troppo seria» e di conseguenza l’esistenza non può essere presa alla leggera. Affermazione, questa, che ripeteva spesso alla luce dell’inquietante consapevolezza che «qualcuno avrebbe potuto essere salvato» al posto suo.

Aveva sempre sostenuto l’idea che non si poteva vivere senza il passato. «Se dimentichiamo il passato, la nostra umanità ne viene mutilata» affermava in un’intervista a «Le Figaro» nel 1998, anno in cui organizzò un convegno internazionale sul tema «Memoria e storia», tramite l’Accademia universale delle culture che presiedette dal 1993, nell’intento di lottare contro la xenofobia, l’antisemitismo e ogni forma di discriminazione. A tale riguardo, Papa Francesco, ricevendo il premio Carlo Magno nel maggio scorso, ha richiamato il tema prediletto di Wiesel usando l’espressione «trasfusione della memoria», che gli era tanto cara. La trasfusione della memoria, ricordava il Pontefice, «ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».
Il comitato norvegese che gli conferì il premio Nobel per la pace nel 1986 definì Wiesel un «messaggero dell’umanità» e «una delle guide spirituali più grandi in un mondo di violenza, di repressione e di razzismo». Fu autore di più di cinquanta opere — tradotte in numerosissime lingue — tra cui La notte (1958), racconto autobiografico, primo volume di una trilogia sull’inferno concentrazionario comprendente anche L’alba e Il giorno — considerato uno dei pilastri della letteratura della Shoah. In uno dei passi più noti del volume si legge: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo». E più avanti: «Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai».
Insignito di numerose onorificenze internazionali, nel 2006 il premier Ehud Olmert gli aveva offerto l’incarico di presidente dello Stato d’Israele: offerta che declinò perché si considerava «solo uno scrittore».
In eredità ha lasciato soprattutto l’appello alla responsabilità collettiva di fronte all’orrore e l’invito a unire la capacità di ogni persona a fare il bene. 
di Solène Tadié

domenica 3 luglio 2016

I doni provenienti dall'Assoluto

«Ogni dono buono e ogni dono perfetto è dall’alto, e discende dal Padre delle luci, nel quale non c’è alterazione o ombra di cambiamento» (Giacomo 1, 17). Egli, di sua volontà, ci ha generati tramite parola di verità affinché noi potessimo essere una primizia delle sue creature. Per questo, miei cari fratelli, ogni uomo sia svelto a udire, lento a parlare, lento all’ira; dato che l’ira di un uomo non ha niente a che fare con ciò che è giusto davanti a Dio. Perciò deponete ogni lordura e ogni rimasuglio di cattiveria, ed accogliete con docilità la parola che è stata impiantata in voi e che ha la potenza di rendere beate le vostre anime.
Queste parole sono così comprensibili, così innocenti; ed allora bisogna chiedersi quanti furono quelli che le hanno veramente comprese, che compresero che esse erano monete da esposizione, da ammirare più di tutti i tesori del mondo, ma anche il contante da usare nei rapporti quotidiani della vita. Per cui ti preghiamo — o Dio! — di creare a coloro che finora non hanno prestato attenzione ad esse orecchi propensi ad accoglierle; di guarire con la comprensione della parola i cuori inclini al fraintendimento quando si tratta di comprendere la parola; di piegare sotto l’obbedienza alla parola di salvezza il pensiero che si sta smarrendo; di dare all’anima angosciata la franchezza per osare di comprendere la parola; di far sì che coloro che l’hanno compresa siano beati e sempre più beati con il comprenderla sempre di nuovo. Amen.
di Søren Kierkegaard

venerdì 1 luglio 2016

Qumran: denaro per scontare i peccati

Tornano alla ribalta i manoscritti di Qumran. E si confermano una fonte di primaria importanza per la conoscenza del giudaismo e del cristianesimo antichi. L’ennesima conferma, molto più appassionante di tante fantasie, arriva ora da nuove letture di molti frammenti, mutili o danneggiati, sinora illeggibili, letture che sono state rese possibile da una sofisticata tecnologia.
Nell’arco di quattro anni e mezzo — scrive sul quotidiano israeliano «Haaretz» il giornalista Nir Hasson — un laboratorio istituito dalla Israel Antiquities Authority come parte del progetto della Leon Levy Dead Sea Scrolls Digital Library ha proceduto alla scansione di un gran numero di manoscritti: ogni frammento — in tutto, com’è noto, sono molte migliaia — è stato fotografato ventotto volte con tecniche ad alta risoluzione, usando luci con differenti lunghezze d’onda.
In alcuni casi la macchina fotografica ha rivelato lettere che il tempo aveva cancellato e che erano illeggibili perché la parte del frammento era bruciata. L’uso di questa sofisticata tecnologia ha destato un vivo interesse, anzitutto fra gli studiosi, perché ha offerto la possibilità di allargare l’interpretazione di testi biblici, soprattutto della Genesi.
Così, la copertura dell’arca di Noè viene descritta a forma di piramide, il ptil che Giuda dà a Tamar è identificata con la sua cintura, mentre la comunità di Qumran, dove vennero trovati i rotoli del Mar Morto, pensava che con il versamento di somme di denaro si sarebbero potuto ottenere il perdono per i propri peccati.
Durante una conferenza stampa, membri del dipartimento che lavoro a un dizionario storico per conto della Academy of the Hebrew Language, hanno presentato i primi risultati di questo ambizioso progetto. I ricercatori Alexey Yuditsky e Esther Haber hanno inoltre decodificato un frammento che parla del Giorno del giudizio, dove si descrive la figura misteriosa di Melchisedek, oggetto di speculazioni esegetiche e teologiche nel giudaismo e nel cristianesimo antichi, che reca in salvo “prigionieri” in mano al malvagio Belial.
Un altro ricercatore, Chanan Ariel, ha suggerito appunto che i peccati erano perdonati in virtù dell’anno sabbatico, come venivano condonati i debiti in denaro. Da qui la credenza che un peccato potesse essere trasformato in un debito in denaro: visione non diffusa nel giudaismo, ma che si ritrova secoli più tardi nella Chiesa medievale.
Riguardo all’episodio di Giuda che giace con la nuora Tamar travestita da prostituta, per secoli — ricorda il quotidiano israeliano — traduttori ed esegeti hanno dibattuto su che cosa significasse ptil, la parola usata per indicare ciò che Giuda aveva dato alla nuora: era stato suggerito “mantello”, “velo”, “corona di perle”. Le ricerche condotte sulla base delle nuove tecnologie hanno portato ad affermare che ptil significa semplicemente «la cintura con cui Giuda stringeva i pantaloni o la lunga tunica» ha affermato Moshe Bar-Asher, presidente dell’Academy of the Hebrew Language. Tutte le nuove parole, con le annesse interpretazioni, sono consultabili sul sito (Maagarim) dell’accademia. 

di Gabriele Nicolò

giovedì 9 giugno 2016

Le opportunità offerte dal fenomeno migratorio

La questione dei migranti sta assumendo nel mondo una dimensione di vero dramma collettivo. Non si tratta più solo di persone in cerca di lavoro ma di decine di migliaia uomini e donne che fuggono dalle tragedie delle guerre, di profughi, di richiedenti asilo per ragioni sociali e politiche.

Il fenomeno non è solo europeo o mediterraneo, ma investe tutti continenti del pianeta. Dall’America centrale e meridionale si cerca in ogni modo di valicare muri e barriere di filo spinato creati per sbarrare la strada ai latinos che vogliono entrare nell’America del nord. Dall’Africa subsahariana un’intera generazione di ragazzi e ragazze guarda attraverso i media le immagini del mondo occidentale e vuole in ogni modo, anche solo per fare il lavapiatti o il lavavetri, partecipare a quello che appare il “banchetto” di una società comunque più ricca e organizzata. Tale è il desiderio che si rischia la vita per questo.
Dall’oriente poi (specie dall’Iraq e dalla Siria, ma anche dall’Afghanistan) sono in fuga milioni di persone per scampare dagli orrori di un fanatismo che strumentalizza la religione islamica. Chi si muove via terra si scontra con Paesi balcanici, come l’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia o la Serbia, che soffrono per trovarsi ancora al di fuori dell’Unione europea. Oppure sbatte anche contro le barriere erette da altri Paesi membri come l’Ungheria, la Croazia o l’Austria. Dare giudizi sommari su queste vicende, senza lo sforzo di comprenderne le ragioni, spesso espone al rischio di non capire bene i fenomeni e, soprattutto, di non saper quindi individuare le possibili soluzioni. Anche il recente vertice g7 dei Paesi più potenti del mondo ha dovuto porre in agenda la questione delle migrazioni, senza tuttavia delineare ancora una valida strategia di azione. La portata di questo immenso movimento di persone e di genti trova un paragone solo con quello che è successo nel mondo negli anni del secondo conflitto mondiale. Per la sola Europa si parla oggi di 2 milioni di persone da accogliere in questi anni. Ma il fenomeno della mobilità non sembra destinato a fermarsi. Piuttosto si può ritenere che su questi grandi flussi in movimento si caratterizzerà la prospettiva del mondo.
Enormi problemi sociali, culturali e politici ancora impediscono una lucida comprensione di quello che accade e quindi anche di definire strategie all’altezza delle nuove sfide. Sul piano sociale il fenomeno migratorio impatta oggi con le conseguenze della crisi finanziaria ed economica che, nell’Occidente, ristagna dal 2007. Manca il lavoro in molti Paesi, i diritti sociali si restringono, è a rischio l’inclusione dei più deboli e la stessa coesione sociale. Accogliere stabilmente masse di profughi in questa situazione sembra ai più un compito arduo, al di là di tante buone volontà e generosità.
Sul piano culturale poi le distanze sono spesso percepite come incolmabili: diverse etnie, lingue e credo religiosi, stili di vita, usi familiari. Molti europei e occidentali manifestano disagio nell’accettare uomini e donne che provengono da mondi sconosciuti e che desiderano potersi trattenere nei nostri Paesi. Magari vi è anche disponibilità a un po’ di assistenza, ma non di più, perché l’idea di un vicinato permanente, di una prossimità esistenziale, di una integrazione quindi, suscita apprensione se non indisponibilità.
Per tutte queste e per altre ragioni gli aspetti politici del problema sono ancora più complessi. Negli ultimi vent’anni la debole crescita europea e occidentale, dopo il lunghissimo ciclo di benessere di massa successivo al secondo conflitto mondiale, ha smesso di ridurre le disuguaglianze sociali. Anzi le ha allargate e ne ha poi prodotte di nuove. La progressiva apertura globale dei mercati internazionali ha accresciuto le difficoltà espansive di molte economie, ha aumentato la competizione, mettendo fuori gioco molti settori tradizionali dell’industria manifatturiera occidentale a vantaggio di quella di Paesi emergenti con un più basso costo del lavoro e norme di controllo meno stringenti.
I sistemi politici in Europa, e in occidente in genere, sono divenuti così più instabili, minati da crescenti correnti nazionaliste, da movimenti xenofobi. I governi si sono progressivamente ridotti a dover cercare solo consensi nel breve termine, non potendo mai prendere decisioni strategiche per il lungo periodo, perché spesso queste avrebbero comportato sacrifici immediati poi ricompensati da vantaggi solo nel futuro lontano. Leadership progressivamente deboli, o anche apparentemente forti e decisioniste, si succedono nei diversi Paesi e anche nei sistemi istituzionali sovranazionali.
L’odierna questione delle migrazioni, ove non adeguatamente compresa e affrontata, potrebbe così divenire una forma nuova di conflitto mondiale, nel quale non si mietono migliaia vittime con le armi convenzionali, ma con le armi più sofisticate dell’indifferenza, del sospetto, dell’ignoranza, delle barriere immaginarie e di quelle realmente edificate per proteggere (rinchiudere) le comunità più sviluppate.
Se la crescita dell’Europa e del mondo occidentale segna una fase di perdurante difficoltà bisogna comprendere come una nuova stagione di sviluppo passi solo nella capacità di affrontare positivamente queste nuove straordinarie sfide poste dalle migrazioni, da nuove fasi di co-sviluppo tra Paesi forti e Paesi più deboli, di nuove e più intense integrazioni. Il nuovo progresso economico delle aree più forti potrà dunque avvenire solo con lo sviluppo e l’integrazione sociale delle aree più arretrate. Occorrono piani e programmi all’altezza di queste sfide, visioni culturali e politiche acute e lungimiranti. Occorre rovesciare la stessa prospettiva che ha sostenuto la crescita degli ultimi due secoli. L’impulso capitalista e imprenditoriale è ancora decisivo, ma è di per se stesso insufficiente. Bisogna costruire un contesto di più densa e consapevole socialità, di maggiore giustizia sociale. La persona e le sue libere formazioni essenziali — a partire dalle famiglie e dalle comunità locali — dovrebbero essere al centro della prospettiva economica. Le persone attraverso un lavoro onesto e dignitoso dovrebbero poter così evolvere, emanciparsi, integrarsi, riducendo ogni risposta meramente assistenzialistica della questione. L’impiego delle risorse dovrebbe improntarsi a una visione di sostenibilità nel lungo termine: non possiamo consumarle tutte, ma dobbiamo pensare alle generazioni future e individuare nuove sorgenti di risorse senza distruggere il pianeta. Una ecologia integrale che abbia, dunque, al centro l’uomo e le sue relazioni umane con gli altri uomini, i suoi bisogni individuali e, ancor di più, i suoi bisogni sociali.
di Michele Dau