lunedì 2 febbraio 2015

La "Sequela" di Dietrich Bonhoeffer


[…] solo chi crede ubbidisce, e solo chi ubbidisce crede […].

In vista della giustificazione in effetti

fede e ubbidienza vanno separate,

ma questa separazione non deve mai eliminare la loro unità,

per cui la fede esiste solo nell’ubbidienza,

mai senza, ed è fede solo nell’azione di ubbidienza”[1]

 

Introduzione

 

Perché ho scelto di analizzare proprio Bonhoeffer in questo seminario di studio? Molti altri erano gli autori cattolici verso i quali potevo convergere le mie attenzioni di approfondimento teologico, ma ritengo, e cercherò anche di mostrarlo, che in questo teologo la teologia e la vita personale abbiano fatto un tutt’uno. Presentando recentemente il pensiero di questo teologo alla Pontificia Accademia Alfonsiana, il professor Ciola si chiedeva il perché dell’enorme interesse che i cristiani e non solo rivolgevano alle opere di Bonhoeffer, e si rispondeva annotando come “l’approccio non direttamente accademico, il linguaggio immediato, le intuizioni folgoranti, la coerenza di un’esperienza umana e cristiana portata avanti fino al sacrificio della vita ha fatto sì che il contributo di Bonhoeffer incidesse significativamente”[2]. Come il professore sottolinea fu proprio la centralità di Cristo ad essere la chiave di volta del suo pensiero e della sua vita, soprattutto in opere come Sequela, Vita comune e Resistenza e resa.

Nel mio studio mi soffermerò soprattutto su Sequela, un’opera scritta nel 1937 e nella quale confluivano sia la centralità data al discorso della montagna fin dal 1934, anno in cui si trovava a Londra, e le lezioni sul Nuovo Testamento tenute a Finkenwalde. L’opera è stata giudicata come “di gran lunga il meglio di quanto su ciò è stato scritto”[3] ed ebbe una rapida diffusione anche oltre la cerchia dei cosiddetti esperti del settore. Il suo amico biografo Bethge riferisce che mentre Bonhoeffer stava ultimando la stesura dell’opera Etica, nel 1940 presso il monastero benedettino di Ettal, scoprì con meraviglia che i monaci usavano il suo precedente libro Sequela come meditazioni per la preparazione al Natale[4].

Nella Prefazione alla sua opera Bonhoeffer ci introduce anche nella lettura della medesima, dandoci in forma di domanda la sua chiave di lettura: la sequela incondizionata a Cristo non può scaturire da una predicazione troppo dogmatica e non inerente con la vita del singolo, ma solamente concentrandoci sulla rivelazione biblica del Cristo. Soltanto una predicazione che prende le sue mosse dalle idee di Gesù e non dalle nostre potrà essere efficace per liberare l’uomo da tutte quelle prescrizioni umane che lo opprimono, provocando tormento e preoccupazione alla coscienza[5]. Quindi, dalla lettura di questa Opera si percepisce chiaramente che la liberazione delle coscienze delle persone avviene solamente là dove si prende sul serio la chiamata incondizionata di Gesù alla sequela.

Legittime sono a questo punto le domande che Bonhoeffer si pone terminando la sua Prefazione “Dove la chiamata alla sequela condurrà coloro che la accolgono? Che decisioni e divisioni ne conseguiranno?”[6]. La chiamata di Cristo è frutto della grazia e portatrice di misericordia e per questo lui la rivolge anche al malfattore crocefisso nell’ultima ora della sua vita. Da ciò si comprende che il sentimento che ci accompagnerà nel duro cammino della sequela Christi può essere solo quello della gioia, quella gioia che ci permette di pronunciare il nostro ‘no’ al peccato e il nostro ‘si’ al peccatore, quella stessa gioia che ci consente di poter vincere i nostri nemici con la parola del vangelo[7].
 

Capitolo Primo

Il Kirchenkampf
 

         Si parte da qui, o meglio, troviamo qui a Finkenwalde la cornice che racchiude il periodo più pieno della vita del nostro Bonhoeffer. In questi anni, tra il 1935 e il 1937, il nostro teologo sperimentò e visse il passaggio da un ambiente prettamente accademico, nel quale nacquero lavori di intenso studio come Sanctorum Communio[8] ed Atto ed essere[9], ad uno più pastorale, dando vita ai vari capolavori di Sequela e Vita comune[10]. Bethge, parlandoci del suo amico e compagno nel campo di sterminio nazista, a questo proposito sottolinea come nella sua biografia siano rintracciabili due svolte molto importanti: quella dall’accademico al cristiano, avvenuta nel 1931 e di cui noi in particolar modo ci interessiamo, e quella dal cristiano al contemporaneo, databile intorno al 1939[11].

            Ma come Bonhoeffer arriva a Finkenwalde? Inizialmente di malavoglia. Questo luogo rappresentava la fase finale di preparazione dei candidati all’ordinazione e il nostro teologo lo considerava peggiore di una facoltà universitaria[12]. Ci racconta Bethge, nella sua breve biografia, che Bonhoeffer fece del tutto per non andare all’interno di un seminario di predicazione, poiché riteneva che gli anni che avrebbe trascorso lì dentro sarebbero stati solamente una pura perdita di tempo. Lo studio per l’abilitazione all’insegnamento universitario lo aiutò negli anni 1928 – 1929 a scamparsela, ma ora non poteva più fuggire. Nella primavera del 1935 la Chiesa confessante pensa a Bonhoeffer come direttore di uno dei cinque seminari pastorali per la formazione dei suoi pastori e, così, divenne la guida di Finkenwalde, vicino Stettino.

            Da questa breve esperienza di circa due soli anni Bonhoeffer non ne uscì illeso. Innanzitutto questo avvenne a livello teologico, dato che i testi Sequela e Vita comune furono ampiamente divulgati e divennero un mezzo prezioso grazie ai quali i laici potevano comprendere cosa fosse ‘grazia’ e cosa non lo fosse; e poi anche a livello cristiano, dato che riuscì a frantumare l’antica identificazione tra predicatore e pastore, immettendo invece una priorità del primo sul secondo, dato che i giovani uditori rimasero folgorati dall’incontro con la Scrittura. Non ne restò illeso nemmeno a livello politico. In quegli anni infatti la Gestapo iniziò a tenerlo d’occhio, dato che lui avrebbe vociferato sull’importanza dell’appartenere alla Chiesa confessante in ordine alla salvezza. Nel 1936 il Ministero del culto gli proibì l’insegnamento universitario, nel 1937 venne chiusa la casa di Finkenwalde; nel 1938 la Gestapo impose a lui e a tutti gli affiliati della Chiesa confessante non residenti a Berlino il divieto di soggiorno nella capitale tedesca.

 

1.1Bruderhaus[13]

 

         Il termine tedesco Bruderhaus indica, letteralmente, ‘casa fraterna’ o ‘casa di fratelli’ e fu il volto che Bonhoeffer riuscì ad imprimere al seminario di predicazione di Finkenwalde. In questa casa, infatti, il nostro teologo cercò con forza di creare una scuola di stampo ecclesiastico – conventuale, che si ispirava ad un certo tipo di monachesimo anglicano, conosciuto durante i molteplici viaggi di studi.

Come avveniva la vita in questa ‘casa di fratelli’? Molta importanza era data al convivium, ossia ad una vita comunitaria caratterizzata soprattutto dalla preghiera, organizzata sia da un ampio spazio di silenzio che da un prolungato tempo per la meditazione[14]. In una appassionata lettera del 19 settembre 1936 a Karl Barth così scrisse il nostro teologo:

 

“(La necessità della preghiera) non è tolta nemmeno dalla Chiesa confessante […]. L’accusa che questo (cioè il tempo di meditazione e di preghiera, n. d. A) sia legalistico in realtà non mi colpisce. Che cosa c’è di veramente legalistico nel fatto che un cristiano si disponga ad imparare cosa è la preghiera e dedichi una buona parte del suo tempo a questo studio? Quando ultimamente un dirigente della Chiesa confessante mi ha detto: ‘Per la meditazione non abbiamo tempo ora, i seminaristi debbono imparare a predicare e a catechizzare’ o questo è totalmente ignoranza di che cos’è oggi un giovane teologo, o è criminosa inconsapevolezza di come nascere una predica e una catechesi. Le domande che oggi ci vengono poste con serietà dai giovani teologi sono: come imparo a pregare? Come imparo a leggere la Scrittura? O possiamo aiutarli in questo o non li aiutiamo affatto. Di evidente qui non c’è davvero proprio nulla”[15].

 

È interessante sottolineare come per Bonhoeffer fosse centrale questo rapporto con Cristo vissuto tramite la mediazione della Scrittura. Così anche il discorso della montagna, oggetto della nostra analisi nel capitolo seguente, viene riletto non nella prospettiva esegetica ma come mezzo per intraprendere degli esercizi spirituali. Come annota Bethge, “i primi tentativi di scrivere Sequela […] egli li chiamava in maniera caratteristica non esegesi, ma «esercizi»[16]. Nella lettera datata 14 gennaio 1935 ed indirizzata al fratello Karl – Friedrich, tutto quello che siamo andati fin qui affermando appare in maniera molto evidente:

 

“Credo di sapere che potrei essere interiormente a posto e nel giusto se solo cominciassi veramente a fare sul serio con il discorso della montagna. Qui sta l’unica fonte di forza che può buttare all’aria incantesimi e fantasmi, finché dalla prova del fuoco non rimangano altro che pochi resti bruciacchiati. La restaurazione della Chiesa viene certamente da un genere nuovo di monachesimo, che con il vecchio ha in comune soltanto la non compromissione di una vita condotta secondo il discorso della montagna nella sequela di Cristo”[17].

 

 

Non si facevano voti in senso stretto, ma si condividevano le finanze, che provenivano o dalle tasche dello stesso Bonhoeffer o assumendosi incarichi di insegnamento internamente od esternamente al seminario[18]. Insomma si sceglieva di rinunciare a certi privilegi e di fare della vita insieme e comune meditazione dei comandamenti di Cristo il fondamento della sequela individuale indirizzata alla realizzazione dell’annuncio evangelico. L’obiettivo che si andava prefiggendo era quello di trovare nella comunità con i fratelli la concentrazione per il servizio da svolgere nel mondo e nella Chiesa[19]. Ed è per questo che lui affermava con forza che “primo, la fraternità cristiana non è un ideale, ma una realtà divina; secondo, la fraternità cristiana è una realtà pneumatica, non della psiche[20]. In questa contrapposizione tra la realtà pneumatica e quella psichica, Bonhoeffer rilegge l’antagonismo tra la realtà pneumatica e quella carnale di stampo paolino. L’origine della fraternità cristiana non risale ad un ideale umano  ma in Gesù Cristo[21]: in costui dobbiamo riporre il fondamento, la forza e la promessa della nostra comunione. Facendosi aiutare dallo studio della psicologia Bonhoeffer voleva sottolineare con forza che la logica della sequela è lontana dalla logica del mondo, per la quale spesso la relazione con l’altro diventa occasione di possesso e di attaccamento, ma non sicuramente di comunione. Per questo motivo diventava fondamentale la preghiera fatta con la Parola di Dio, in quanto nella comunità e nella vita sociale è importante saper avere uno sguardo interiore capace di offrire sempre una vita nuova, per ritrovare anche la propria umanità.

Ma vi è di più, la Scrittura non poteva esser letta con l’intento di piegarla alle esigenze della propria realtà e convinzione, ma portando queste di fronte alla Parola di Dio perché vengano da esse rigenerate. Il perdono serale richiesto per il torto fatto ai fratelli o a Dio durante il giorno sommato all’esercizio paziente del mettersi alla sequela di Cristo potevano essere occasioni utili per generare conversione e pace. Ma non basta. La comunità che Bonhoeffer voleva costruire doveva fondarsi anche sulla preghiera di intercessione reciproca da parte dei suoi membri[22]. L’ intercessione consiste nello specifico nel presentare il fratello davanti a Dio, nel vederlo nella prospettiva della croce di Gesù come un uomo povero e peccatore, bisognoso comunque della grazia. Addirittura il peccato e la miseria del fratello assumono lo stesso peso dei peccati e miserie di colui che intercede e cade ogni motivo che lui possedeva per allontanarlo da sé[23]. Nella logica del vangelo, “l’intercessione è un servizio dovuto a Dio e al nostro fratello, da compiersi quotidianamente. Chi nega l’intercessione al prossimo, gli nega il suo servizio di cristiano”[24].

 

Capitolo Secondo

Il Discorso della Montagna

 

            In questo paragrafo voglio concentrare la mia attenzione sull’analisi dell’opera Sequela, che ha soprattutto per oggetto il discorso della montagna di Gesù e alcuni passi dedicati alla chiamata alla sequela. Questi due argomenti accompagnarono il nostro Teologo fin dal 1928, lo contrassegnarono come uomo nella sua ricerca sulla Chiesa, che fu la nota che lo trascinò più di ogni altra nell’intraprendere la sua carriera accademica. Ricerca che non finirà mai, possiamo dire, e che troverà il culmine nelle sue lettere dal carcere[25].

            L’accoglienza della Parola e la sua meditazione, che caratterizzarono soprattutto il periodo breve vissuto a Finkenwalde, non rappresentarono mai per lui l’occasione per poter realizzare una fuga mundi. Interpretando Mt 7, Bonhoeffer si pone dinanzi alla via stretta del Vangelo, consistente nel “testimoniare e confessare la verità di Gesù, pur amando al tempo stesso il nemico di questa verità, nemico di Gesù e nostro, con l’amore incondizionato di Gesù Cristo”[26]. Ma bisogna fare molta attenzione, dato che “i discepoli non devono pensare di poter semplicemente sottrarsi al mondo e di restare ormai senza pericoli nella piccola schiera che avanza per la via stretta”[27]. Nella prima parte dell’opera, infatti, il nostro Teologo, si dilunga in una critica del monachesimo, che portava ad una concezione della sequela a Cristo come un impegno meritorio ma riservato ad alcuni che si isolano. Anche Lutero fece parte di questi monaci. Così avvenne, però, che

 

“il mondo aveva fatto irruzione proprio nel cuore della vita monastica, e faceva valere la propria logica nel modo più pericoloso. La fuga del monaco dal mondo si svelava come il più sottile amore del mondo […]. Lutero dovette lasciare il chiostro e rientrare nel mondo […]. Ora la sequela doveva essere vissuta restando nel mondo […]. La completa ubbidienza al comandamento di Gesù doveva essere prestata nella vita quotidiana del lavoro e della professione. Il conflitto tra la vita del cristiano e la vita del mondo si approfondiva così in modo imprevedibile. Il cristiano ora metteva alle strette il mondo, in un conflitto a corpo a corpo”[28].

 

 

            La sequela che nasce, quindi, come risposta ad una chiamata non ci conduce ad abitare in un’oasi felice, ma, al contrario, ci porta ad attraversare una ‘giungla minacciosa’[29] in cui è necessario non rassegnarsi ma lottare aspramente. Si comprende allora la scelta compiuta da Bonhoeffer di voler abbandonare la ricerca accademica, accusata di aver posto Cristo in un letto di morte, per dedicarsi alla sequela, vista come espressione della fede in Lui e l’unica in grado di mostrarne la resurrezione. Con uno sguardo retrospettivo da Finkenwalde indietro, il Teologo non solo guarderà con antipatia la sua dissertazione per l’insegnamento accademico Atto ed essere, ma in uno scritto datato 27 gennaio 1936 confesserà:

 

“Mi buttai a lavorare in modo molto poco cristiano […]. Poi sopraggiunse qualcos’altro, qualcosa che non ha cessato di cambiare la mia vita fino ad oggi. Mi accostavo alla Bibbia per la prima volta […]. Avevo già predicato spesso, avevo già visto molto della Chiesa, ne avevo parlato e predicato – e non ero ancora diventato cristiano […]. Mi ha liberato la Bibbia, e specialmente il discorso della montagna. Da allora in poi tutto è cambiato. L’ho avvertito chiaramente e anche altri intorno a me. Fu una grande liberazione. Allora mi divenne chiaro che la vita di un servitore di Cristo deve appartenere alla Chiesa”[30].

 

 

2.1 Sequela e giustificazione

 

            Il tema della giustificazione racchiude in questa opera scritta da Bonhoeffer quella riflessione sulla grazia a caro prezzo e su quella a buon mercato. La sequela segue in fin dei conti la stessa logica dell’Incarnazione e per questo non può cadere nella giustificazione di un mondo debole nel modo di concepire la fede. La grazia a buon mercato è, allora, la “giustificazione del peccato e non del peccatore. […] è predicazione della remissione senza penitenza, è battesimo senza disciplina comunitaria, è Cena senza confessione dei peccati, è assoluzione senza confessione personale” – in fin dei conti – “è grazia senza sequela, grazia senza croce, grazia senza Gesù Cristo vivo, incarnato”[31]. Il nostro Teologo scartò dalla sua vita personale questo tipo di grazia mentre si pose sulla strada tracciata da una grazia a caro prezzo, una grazia che chiama alla sequela di Gesù Cristo e che costa all’uomo il prezzo della vita; condanna il peccato e giustifica il peccatore[32]. La grazia a caro prezzo diviene allora la stessa incarnazione di Dio, che ha dovuto pagare il prezzo della consegna del Figlio ad una morte ignominiosa per noi. Di sicuro, però, questa grazia a caro prezzo si mostra tale anche perché esige la sequela da parte dell’uomo verso cui il Cristo rivolge la sua chiamata. La vita dell’apostolo Pietro, che Bonhoeffer introduce a questo punto a mo’ di esempio, è veramente esemplificativa di quanto andiamo dicendo. Pietro, infatti, vive la dimensione dell’apostolo a partir da una doppia chiamata del Maestro (Mc 1, 17 e Gv 21, 22), che esige da lui il lasciar il suo proprio lavoro di pescatore per seguire Gesù nella nuova missione che vuole affidargli. Nello spazio di tempo in cui intercorrono le due chiamate, logicamente ritroviamo scorrere tutta la vita di sequela dell’apostolo. Duplice chiamata, ma un’unica grazia, quella di Cristo, che ovviamente non lo ha mai abbandonato, fino al punto da vincere le ultime seduzioni del mondo materiale e della vita e che lo separavano da quella autentica sequela consistente nel dono di sé e della propria vita. L’amore alla sequela ha vinto anche queste ultime tentazioni.

            Ovviamente questo rinnovo alla sequela di Pietro lo condurrà a riscoprire la sua fede verso il Cristo e a viverla in un modo nuovo: la professione di fede viene nutrita e rinvigorita da una rinnovata effusione della grazia divina. Se da un lato allora si può supporre che non vi sia giustificazione senza sequela, è doveroso però d’altro lato ritener per vero che la chiamata alla sequela è rivolta a tutti, è universale, e avviene molteplici volte lungo l’arco della esistenza, senza però mutare il ‘caro prezzo’ che essa comporta e richiede. Tenendo come sfondo la triplice  chiamata all’amore di Pietro da parte del suo Maestro, Bonhoeffer potrà scrivere che

 

“essa fu così la grazia di Cristo stesso, non certo una grazia che il discepolo abbia accordato a se stesso. È stata sempre l’unica grazia di Cristo, che ha vinto il discepolo inducendolo ad abbandonare tutto per amore della sequela, che ha operato in lui una confessione di fede che al mondo non poteva sembrare che blasfema, che ha chiamato l’infedele Pietro alla comunione estrema del martirio, rimettendo così ogni suo peccato. Per la vita di Pietro, grazia e sequela sono inscindibili. Egli aveva ricevuto la grazia a caro prezzo”[33].

 

            La grazia a caro prezzo ci porta a confrontarci con un Gesù vivo, che interpella in maniera esigente la nostra vita di ogni giorno nel mondo, richiamandoci fortemente a quelle immagini evangeliche che ci fanno comprendere come

 

“grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; la pietra preziosa, per il cui valore il mercante dà tutti i suoi beni; la signoria regale di Cristo, per amore del quale l’uomo strappa da sé l’occhio che lo scandalizza; la chiamata di Gesù Cristo, per cui il discepolo abbandona le reti e si pone alla sua sequela. Grazia a caro prezzo è il vangelo, che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta a cui si deve sempre di nuovo bussare”[34].

 

Sono proprio queste pagine ad aprire il libro Sequela, che ora stiamo prendendo in esame, e che ci permettono di cogliere il la del piano della sua Opera, incentrata a rimarcare il legame tra fede ed obbedienza, non svendendo il significato della Parola di Dio.

 

2.2 Sequela e responsabilità

 

            Nel contesto sopra accennato si mostra chiaramente come la sequela implichi una grande responsabilità da parte del credente, che mette in gioco anche la sua visione del mondo. Quest’ultimo non denota una realtà meramente negativa, dalla quale star il più lontano possibile, ma “è il vivere la fede autenticamente nella sequela del Cristo a determinare il nostro giusto rapporto con il mondo”[35]. La grazia ci chiama fortemente alla sequela e a mettere impegno in essa, un impegno che si fa logicamente responsabilità. Sarebbe infatti ridicolo ritenere che la grazia che ci spinge possa ammettere, o meglio tollerare, il peccato divenendo una specie di tappabuchi delle malefatte del discepolo di Cristo. Non è questa la meta a cui il nostro Bonhoeffer vuole portarci e che sarebbe solamente una mera mondanizzazione del nostro cristianesimo.

Siamo ovviamente chiamati a vivere nel mondo, senza appartarci da esso, ma a viverci da cristiani posti alla sequela di Cristo, per cui siamo anche chiamati in certi momenti a lasciare “lo spazio del mondo per trasferirsi in quello della chiesa e ricevere lì l’assicurazione che i peccati saranno rimessi”[36]. Bonhoeffer, però, denuncia che troppo spesso sia questo impegno che questa responsabilità sono venuti a mancare[37] in nome di una vaga e vana giustificazione, non avente a che fare con il Vangelo. In altre parole, “la grazia a buon mercato […] ci ha chiuso la via a Cristo. Non ci ha chiamato alla sequela, ma ci ha indurito nella disobbedienza”[38] e si è mostrata come “l’acerrima nemica della sequela”[39].

Non vi è grazia che non esiga un impegno nella sequela, o meglio, non vi è grazia che giustifichi un disimpegno nella sequela. Di fronte alla grazia e misericordia divina siamo sempre dei peccatori, sottolinea Bonhoeffer, ma questo non vuole significare che la grazia ci esorta a peccare moltissimo per sperimentare la bontà di Dio che ci perdona, riaccogliendoci in sé. Il peccato va riconosciuto, odiato e sfuggito con l’impegno di tutta la vita, avendo sempre la certezza che più grande del peccato è la grazia di Dio che salva il peccatore. Ma attenzione, “a chi si possono dire queste parole, se non a chi ogni giorno rinnega di cuore il peccato, a chi rinnega ogni giorno tutto ciò che lo ostacola nella sequela di Gesù, e resta ciononostante inconsolabile per l’infedeltà e il peccato di ogni giorno? Chi altri può udire una cosa simile senza pericolo per la fede, se on colui che sa di essere nuovamente chiamato alla sequela da questo incoraggiamento?”[40].

Quindi, ribadisce Bonhoeffer, la grazia a buon mercato è una nuova legge che ci siamo dati senza comprendere che essa non ci aiuta e non ci libera, mentre “felici quelli che sono diventati cristiani […] per i quali la parola della grazia è stata misericordiosa”[41].

 

2.3 Sequela come chiamata

 

            Seguendo la traccia lasciataci da Bonhoeffer raggiungiamo il perno della vocazione alla sequela. Sono molto audaci le espressioni scritte dal nostro Autore in proposito: “la chiamata di Gesù alla sequela fa del discepolo un singolo. Che lo voglia o no, deve decidersi, e deve farlo da solo. Non è una scelta propria, quella di voler essere un singolo, ma è Cristo che rende tale colui che chiama. Ognuno è chiamato da solo. Da solo deve seguire [Gesù]”[42]. Certamente questa solitudine non lascia l’uomo indifferente ma lo rende insicuro e bisognoso di aggrapparsi a delle cose concrete che gli permettono di sentirsi protetto. Spesso si tratta di altre persone o di protezioni materiali. La chiamata di Dio, però, non acconsente a questo e così “chi è chiamato […] non trova riparo né nel padre né nella madre, né nella moglie né nei figli, né nel popolo né nella storia. Cristo vuol mettere l’uomo nella considerazione di solitudine, perché questi deve poter vedere soltanto colui che l’ha chiamato”[43].

            La chiamata alla sequela di Cristo si trova ad irrompere nella vita di una persona comportando inevitabilmente una rottura da tutti i legami sentimentali o materiali che il discepolo aveva intessuto fino ad allora. Rottura esigita dalla sequela stessa e provocata da Cristo stesso nel momento della chiamata. Come afferma lo stesso Bonhoeffer, “Cristo ha svincolato l’uomo dalla sua immediatezza nei confronti del mondo, e lo ha posto nell’immediatezza con se stesso. Nessun uomo può seguire Cristo, senza riconoscere ed accettare la rottura già compiuta. Non è l’arbitrio di una vita, guidata dal proprio volere, ma Cristo stesso a guidare il discepolo in tale rottura”[44]. Grazie a questa rottura il discepolo riesce a riconoscere nel Cristo il Figlio di Dio e quindi il Mediatore della salvezza. Non siamo dinanzi a degli ideali da soppesare, bensì di fronte ad un fatto compiuto da riconoscere. Se questo non avviene, l’immediatezza con il mondo non ci permetterebbe di esercitare la nostra fede ed ubbidienza a Cristo[45]. È per questo motivo che Bonhoeffer ci esorta a rifuggire ed odiare l’immediatezza, a tal punto che “ovunque una comunità ci ostacoli nel presentarci come singoli davanti a Cristo, ovunque una comunità pretenda l’immediatezza, la dobbiamo odiare per amore di Cristo; infatti ogni immediatezza è, in modo più o meno cosciente, odio contro Cristo il mediatore, anche e specialmente se vuole presentarsi come cristiana”[46].

            In effetti, l’obbedienza della fede (sequela) a cui ci chiama Cristo ci mette di fronte a due grandi verità: primo, essa può avvenire solo se riconosciamo un mediatore tra Dio e l’uomo, altrimenti non abbiamo altro che una “scelta autonoma di una via che può essere anche una via ideale, che può forse comportare il martirio, ma è senza promessa”[47]; secondo, la chiamata alla sequela ci rende discepoli e pretende da noi lo sforzo di rompere con i nostri rapporti con il mondo e con relazioni troppo vincolanti, come quelle familiari, per rimanere in solitudine con Cristo. Rientra sicuramente di riflesso in questo discorso l’esperienza di massa del nazionalsocialismo fatta da Bonhoeffer, esperienze in cui il singolo non era più persona ma parte di una massa che ti guida e ti trascina. Solo la comunione con Cristo ci può salvare da ciò, ricreando l’essenza del discepolo e delle sue relazioni.

            Ma vi è sempre posta una condizione: la scelta della solitudine. Cristo si riferisce sempre a persone che sono rimaste singole per amor suo, che hanno lasciato tutto per lui quando sono state chiamate da lui stesso. Quindi, “ognuno si pone da solo nella sequela, ma nessuno vi rimane da solo. A colui che osa diventare un singolo fidando sulla parola, è data in dono la comunione della comunità. Egli si ritrova in una fraternità visibile, che lo ripaga cento volte di ciò che ha perduto”[48].

            L’essere del discepolo, di colui che è chiamato alla sequela, trova spiegazione nella risposta alla domanda su chi è Cristo. Era questa la questione su cui si concentrava il corso di cristologia[49] tenuto dal nostro Teologo all’università di Berlino nel semestre estivo del 1933. Le esperienze che la vita gli ha offerto e gli offrirà in futuro lo hanno portato sempre più a rispondere che Cristo è un esserci per gli altri. Al discepolo che si mette alla sequela Christi la vita e il suo essere viene completamente rovesciata, da una vita per sé ad una per gli altri[50]. Ma come si può attuare una vita per gli altri, come possiamo superare l’abisso che ci separa da un altro uomo? Se pensiamo di ovviare alla diversità e all’estraneità dell’altro con i mezzi che ci propongono le più svariate psicologie ci troveremo sulla cattiva strada, in quanto solo Cristo è la via e l’intercessione il mezzo più promettente per raggiungere l’altro[51]. L’unico modo per riuscire nella sequela rimane il seguire fedelmente i passi di Cristo che responsabilmente ci precede sulla via da lui stesso tracciataci. Come Bonhoeffer sottolinea, “a conferma della serietà della sua chiamata alla sequela e al tempo stesso dell’impossibilità di porsi nella sequela contando solo sulla forza umana, e della promessa che essi sarebbero stati dei suoi nella persecuzione, ora Gesù cammina avanti a loro verso Gerusalemme e verso la croce, mentre coloro che lo seguono sono pieni di stupore e paura di questa strada su cui egli li chiama”[52].

 

2.4 Sequela come partecipazione alla sofferenza di Cristo

 

            In questo paragrafo affrontiamo una delle tematiche assai care a Bonhoeffer, il rapporto tra la sequela e la croce. Gesù viene visto come “il Cristo riprovato nella passione”[53] e la croce viene da lui ritenuta il “patire con Cristo”[54]. In questo patire con Cristo possiamo riscoprire l’autentico significato della croce stessa, che non può essere legata al solo soffrire[55]. Quello che tocca profondamente il nostro Teologo è il fatto che Cristo non solo soffrì ma fu anche un riprovato, un respinto e rifiutato dagli uomini nel patire. Mentre stava soffrendo Gesù non riuscì a suscitare la grande ammirazione dei presenti, ma, bensì, lo sdegno e la riprovazione:

 

“soffrire ed essere riprovati non sono la stessa cosa. Anche nella passione Gesù sarebbe potuto infatti restare il Cristo acclamato. La passione sarebbe potuta ancora essere oggetto di tutta la compassione e l’ammirazione del mondo. Nel suo aspetto tragico, la passione avrebbe potuto conservare un proprio specifico valore, un proprio onore, una propria dignità. Ma Gesù è il Cristo riprovato nella passione. L’essere riprovato toglie alla passione ogni dignità e onore”[56].

 

La sequela di Cristo richiede il personale rinnegamento, che porta ad un legame sempre più stretto con Gesù stesso. Come viene evidenziato molto bene dal nostro Teologo,

 

“il rinnegamento di sé no può mai risolversi in una quantità, sia pur nutrita, di singoli atti di automortificazione o di esercizio ascetico; non significa suicidio, perché anche questo può essere un modo in cui si impone l’arbitrio umano. Rinnegare se stessi significa conoscere solo Cristo, non più se stessi, vedere ormai solo lui che ci precede, non il cammino per noi troppo difficile. Ancora una volta rinnegamento di sé significa solo: Egli ti precede, tienti stretto a lui”[57].

 

Anche questo rientra nel concetto della grazia e porta come frutto la pace interiore e la gioia. Infatti poco dopo Bonhoeffer prosegue evidenziando che

 

“se […] ci siamo del tutto dimenticati di noi e non conosciamo più noi stessi, solo a questo punto possiamo essere disposti a portare la croce per amor suo. Se ormai conosciamo soltanto lui, allora non conosciamo più nemmeno le sofferenze della nostra croce, e vediamo solo lui. Se Gesù non ci avesse premurosamente preparato a questa parola, non saremmo in grado di sopportarla. Ma in questo modo ci ha messo in condizione di cogliere come grazia anche questa dura parola. Essa giunge a noi nella gioia della sequela e ci rafforza in essa”[58].

 

 Possiamo allora saper portare la croce per amore di Cristo solo se ci poniamo nella condizione dell’esserci totalmente dimenticati di noi stessi, a tal punto che nella sequela non anteponiamo a Cristo nemmeno le sofferenze che scaturiscono dalla nostra croce. Questo, logicamente, non può essere compreso se ci poniamo nella logica di una grazia a buon mercato, che tende ad annacquare il nostro essere cristiani, portando alla identificazione dell’esistenza naturale con quella cristiana. Ogni chiamata cristiana è in fin dei conti chiamata alla croce e alla morte, fin dal battesimo, infatti, siamo chiamati a lottare con Cristo contro il peccato. Scrive a questo punto Bonhoeffer che

 

“la prima passione in nome di Cristo, che ognuno deve provare, è la chiamata che ci chiama fuori dai vincoli di questo mondo. È la morte del vecchio uomo nell’incontro con Gesù Cristo. Chi si pone nella sequela, si consegna alla morte di Gesù, fonda la sua vita sulla morte, ed è così fin dalle prime battute; la croce non è la fine terribile di una vita felice e devota, ma sta all’inizio della comunione con Gesù. Ogni chiamata di Cristo porta alla morte […]. La chiamata alla sequela di Gesù […] è morte e vita”[59].

 

A ragione l’amico Bethge, rileggendo questi passi dell’opera bonhoefferiana, afferma che “con l’interpretazione della Parola debole noi tocchiamo ciò che di più profondo Bonhoeffer ha saputo esprimere: la sequela come partecipazione alla sofferenza vicaria di Cristo, come comunanza con il Crocifisso. Qui si sente attraverso le frasi la ricchezza di una esperienza propria”[60]. Esperienza che verrà sempre più arricchita durante gli anni della prigionia, quando, in una lettera datata 18 luglio 1944, il nostro Teologo ribadirà con forza che la grande differenza tra i cristiani e i pagani consiste proprio nello stare vicino a Dio nella sofferenza. Il cristiano è chiamato a testimoniare questo in un mondo senza Dio. E allora anche l’uomo deve vivere “mondanamente”, prendendo così parte alla sofferenza di Dio. Con questo Bonhoeffer intendeva sottolineare come l’uomo debba liberarsi nella sua sequela dai legami religiosi spesso soli opprimenti, dato che “essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo) in base ad una certa metodica, ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d’uomo, ma un uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo”[61]. In questo è determinante la visione bonhoefferiana di Dio come Colui che porta e ci chiama i discepoli a portare i pesi e le sofferenze gli uni degli altri. In questo, soprattutto, si evidenzia il nostro essere cristiani, poiché

 

“come Cristo salvaguarda la comunione con il Padre nel portare, così il portare di chi è alla sua sequela è comunione con Cristo. L’uomo può anche scuotersi di dosso il peso impostogli. Ma in tal modo non si libera affatto del peso, bensì ne deve portare uno molto più pesante, insopportabile. Porta il giogo di se stesso, che si è scelto da solo […]. Chi si pone nella sequela trova, quando si assume la propria croce, Gesù stesso”[62].

 

Di fronte alla croce Bonhoeffer ci richiama a non provare sentimenti di vergogna o di scandalo o di rifiuto ma ‘semplicemente’ di prenderla sopra di noi. Ognuno possiede la sua croce, non deve essere inventata o ricercata da noi, ma ci viene donata da Cristo stesso e a noi è richiesto di portarla, ognuno secondo la misura che è stata scelta per lui: ad alcuni può venir richiesto la grazia del martirio, perché sono degni di grandi sofferenze, mentre ad altri Cristo non permette che siano tentati al di sopra delle loro capacità. Ma per tutti vi è la partecipazione all’unica sua croce[63].
 
Conclusione critica


            Sicuramente non possiamo tacere che la lettura dell’opera Sequela di Bonhoeffer non risvegli nel lettore la presa di coscienza riguardante l’importanza di prendere sul serio una Parola sì debole ma saldamente importante per il buon esito della nostra vita. Una Parola che oltre ad essere predicata, va soprattutto vissuto in una sequela, che è chiamata all’obbedienza della fede, ad una vita responsabile e che si fa partecipe della sofferenza di Cristo.

            Bonhoeffer ci indica anche l’importanza di puntare tutto su Cristo, su Colui che è il solo nostro fondamento e causa della nostra sequela, ‘l’uomo per gli altri’, come lui stesso amava definirlo.

            Lo studio ci pone dinanzi però ad una altra grande linea direttrice, che consiste nel profondo connubio tra la vita, l’esperienza e la teologia. Bonhoeffer ha saputo, infatti, fare della sua vita una theologia, ossia una contemplazione del mistero di Dio, uscendo dal mero ambito accademico, per sperimentare Dio agente nel mondo. Dalla lettura di Sequela noi percepiamo le note di una teologia vissuta, di una teologia, cioè, in cui il legame con la biografia del Teologo diviene un carattere indispensabile. Bonhoeffer abbandonerà l’insegnamento accademico nel 1933, quando le facoltà teologiche vennero sottoposte al controllo nazista, e da quel momento il fare teologia divenne per lui una necessità personale. L’opera che abbiamo esaminato risale al 1935 e già si percepisce come in essa Bonhoeffer ponga non solamente lo sforzo intellettivo di uno studioso, ma ancor più lo sforzo di un cristiano che si pone dietro alla chiamata di Cristo. Il nostro Teologo non vuole solamente comprendere Cristo, ma vuole anche vivere Cristo seguendolo nelle sue stesse scelte evangeliche.

            L’esperienza mistico – contemplativa di Bonhoeffer si avvale soprattutto di una lettura radicale del Vangelo di Cristo, una lettura potremmo dire sine glossa, che porta il nostro Teologo ad esigere una sequela radicale senza sconti, fortemente marchiata da un sano timor di Dio, che lo porta ad affermare il bisogno di una obbedienza radicale ai comandamenti di Cristo. Come lui stesso afferma,

 

“non sono gli uomini che si devono temere. Essi non possono far gran male ai discepoli di Gesù. Il loro potere finisce con la morte corporale. E i discepoli devono vincere il timore della morte grazie al timore di Dio. Non è il giudizio degli uomini, ma quello di Dio, non la rovina del corpo, ma la rovina eterna del corpo e dell’anima a costituire un pericolo per il discepolo. Chi teme ancora gli uomini, non teme Dio. Chi teme Dio, non teme più gli uomini […]. Siamo nelle mani di Dio. Perciò «non temete»!”[64].

 

            Nell’esperienza mistica di Bonhoeffer non si offre un minimo spazio, quindi, ad attenuare minimamente i comandi radicali di Gesù, che devono essere osservati non solo in maniera interiore, ma anche esteriore. È sotto questa ottica che lui inquadra anche il comandamento alla povertà: Gesù richiede una povertà reale e concreta o un semplice essere distaccati dalle cose materiali di questo mondo. L’interpretazione semplice e letterale delle parole di Cristo non permettono facili e comode scappatoie. Come il nostro Teologo sottolinea,

 

“la concreta chiamata di Gesù e la semplice ubbidienza hanno un loro senso irrevocabile. Con esse Gesù chiama nella situazione concreta, in cui è possibile credere in lui; chiama in modo tanto concreto e appunto così vuole essere interpretato, perché egli sa che l’uomo diventa libero per il credere solo nella concreta ubbidienza. Laddove la semplice ubbidienza viene in linea di principio eliminata, la grazia a caro prezzo della chiamata di Gesù si trasforma ancora una volta nella grazia a buon mercato dell’autogiustificazione”[65].

 

            Bonhoeffer decise così nella sua vita di accettare la sfida di Cristo, di tagliare i ponti con il mondo per entrare nella situazione di insicurezza, nella quale Gesù ti fa conoscere ciò che lui vuole da te e ciò che ti offre. Avendo dinanzi agli occhi le immagini evangeliche della chiamata di Levi e di quella di Pietro, il nostro Teologo decide di lasciare anche lui il suo ‘dazio’ e le sue ‘reti’, per non restare più in silenzio in attesa, ma per camminare con Cristo nella sequela. E con queste parole egli descrive la sua ‘vocazione’:

 

“[…] ora egli era presente, ora la sua chiamata era risuonata. Ora credere non significava più restare silenziosi in attesa, ma camminare con lui nella sequela. Ora la sua chiamata alla sequela scioglieva ogni vincolo, per amore dell’unico vincolo con Gesù Cristo. Ora tutti i ponti dovevano essere tagliati, si doveva fare il passo nell’infinita insicurezza, per conoscere ciò che Gesù esige e ciò che dà […]. La via verso la fede passa per l’ubbidienza alla chiamata di Cristo. Si richiede questo passo, altrimenti la chiamata di Gesù cade nel vuoto, e, senza questo passo cui Gesù chiama, ogni presunta sequela si trasforma in autentico fanatismo”[66].

 

            Bonhoeffer dimostra in questo modo di essersi fidato della Parola chiamante di Gesù e di aver trovato in essa la ‘roccia’ su cui fondare la sua vita e i suoi progetti. La teologia del nostro Autore, come traspare da questo testo che abbiamo esaminato, ci porta ad un confidare in Dio che è essenzialmente fiducia ed affidamento nella sua parola di salvezza, più che in altre cose. Come lui stesso sottolinea quando Cristo chiama

 

“si richiede solo una cosa, abbandonarsi alla parola di Gesù Cristo, considerarla come un terreno più solido di qualsiasi altra sicurezza del mondo. Le potenze che volevano interporsi fra la parola di Gesù e l’ubbidienza erano allora grandi quanto oggi. Vi si opponeva la ragione; la coscienza, la responsabilità, la pietà religiosa, la stessa legge e il principio scritturistico si frapponevano […]. Ma la chiamata di Gesù ha infranto tutto ciò, procurandosi ubbidienza. Era la stessa parola di Dio. Quello che veniva richiesto era la semplice ubbidienza”[67].

 

            Bonohoeffer ci pone dinanzi una sapienza biblica, in grado di motivare il nostro agire e le nostre scelte come ha fatto con lui, la sapienza di una Parola capace ancor di volersi incarnare nella nostra vita per farci giungere alla comunione con il Crocefisso, come perno centrale dell’esperienza di fede che il nostro Teologo portava con sé. Gesù ci chiama a deporre il nostro giogo, il nostro peso per prendere il suo, che è soave e più leggero. Il peso di Cristo è la croce ed il nostro compito consiste proprio nel porsi sotto questa croce che “non equivale a miseria e disperazione, ma è ristoro e pace per l’anima, è la gioia più alta. Qui non siamo più sottoposti a leggi e pesi imposti da noi stessi, ma al giogo di colui che ci conosce e che procede con noi sotto lo stesso giogo. Sotto il suo giogo siamo certi della sua prossimità e comunione. Chi si pone nella sequela trova, quando si assume la propria croce, Gesù stesso”[68].

            Concludendo questa nostra breve analisi possiamo affermare con certezza che in Bonhoeffer la teologia e l’esperienza diventano un tutt’uno, proprio grazie a questa sua oboedentia fidei nata ed alimentata dall’ascolto fiducioso ed attento della Parola, che è divenuta per lui sempre più nella sua vita sequela di Cristo fin sotto alla sua stessa croce. Il frutto di quanto il nostro Teologo è andato dicendo in queste pagine della sua opera lo possiamo comprendere ed osservare circa dieci anni dopo, quando dal campo di sterminio, in una lettera datata 18 luglio 1944, scriverà: “non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo. Questa è la μετανοια: non pensare anzitutto alle proprie tribolazioni, ai propri problemi, ai propri peccati, alle proprie angosce, ma lasciarsi trascinare con Gesù Cristo sulla sua strada”[69].




[1] D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, Brescia 2004, 50 – 51.
[2] N. Ciola, «La centralità di Gesù Cristo per la morale. Attualità dell’ Etica di Dietrich Bonhoeffer sessant’anni dopo. Prolusione dell’anno accademico 2004 – 2005 dell’Accademia Alfonsiana», in Studia Moralia 43 (2005) 23.
[3] K. Barth, Kirchliche Dogmatik, IV/2, riportata in citazione da E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer: teologo cristiano contemporaneo. Una biografia, Queriniana, Brescia 20043, 469.
[4] Cfr. E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer, op. cit., 468.
[5] Cfr. D. Bonhoeffer, Sequela, op. cit., 20 – 21.
[6] Ibidem, 22.
[7] Cfr. Ibidem, 23.
[8] Id., Sanctorum communio. Una ricerca dogmatica sulla sociologia della Chiesa, Queriniana, Brescia 1994.
[9] Id., Atto ed essere. Filosofia trascendentale ed ontologia nella teologia sistematica, Queriniana, Brescia 1985.
[10] Id., Vita comune, Queriniana, Brescia 2003.
[11] Cfr. E. Bethge, Leggere  Bonhoeffer, Queriniana, Brescia 2006, 5.
[12] L’ 11 settembre 1934 Bonhoeffer scrisse a Erwin Sutze: “Sono di nuovo nella nostra comunità [a Londra] e mi tormento nel tentativo di decidere se devo rientrare in Germania, per dirigere un seminario di predicazione che si deve creare, se devo rimanere qui o se vado in India. All’università non credo più, anzi non ci ho mai creduto davvero, con Suo grande scandalo. Tutta la specializzazione della nuova generazione teologica oggi spetterebbe a scuole di carattere ecclesiastico – conventuale, in cui vengano presi sul serio la vera dottrina, il Discorso della montagna e il culto: nessuno dei tre lo è all’università e sarebbe impossibile che fosse diverso, date le circostanze. Inoltre si dovrà alla fine tagliar corto con la ben motivata riservatezza teologica nei confronti dello Stato; tutto questo non è che paura” (D. Bonhoeffer, DBW, 13, 204ss, riportata in H. Mottu, Dietrich Bonhoeffer, Borla, Roma 2006, 36 – 37).
[13] Per un maggior approfondimento si rimanda a E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer…, op. cit., 477 – 488.
[14] “Il mattino non appartiene agli individui ognuno per proprio conto, ma alla comunità del Dio trinitario, alla comunione dei cristiani che vivono insieme, alla fraternità […]. Nella meditazione comune  del mattino sono compresi la lettura della Scrittura, il canto e la preghiera” (D. Bonhoeffer, Vita comune, op. cit., 33. 35). Un posto di rilievo era riservato alla preghiera salmodia, dato che “il salterio è il libro di preghiera di Gesù Cristo nel senso più rigoroso. Egli ha pregato il salterio, e questo è divenuto la sua preghiera fino alla fine dei tempi” (Ibidem, 36). Bonhoeffer raccomandava l’esercizio di questa modalità di preghiera per tre motivi: a) ci aiuta a comprendere cosa sia il pregare affidandosi alla Parola; b) ci aiuta a comprendere cosa deve essere chiesto nella preghiera; c) ci aiuta a comprendere che la preghiera avviene nella comunione e che non deve fossilizzarsi negli interessi personali ed egoistici (Ibidem, 37 – 39).
[15] D. Bonhoeffer, Lettera a K. Barth del 19 settembre 1936, GS II, 284ss, riportata in E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer…, op. cit., 481.
[16] E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer…, op. cit., 478.
[17] D. Bonhoeffer, Lettera a K. Friedrich Bonhoeffer del 14 gennaio 1935, GS III, 25, riportata in E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer…, op. cit., 478.
[18] Cfr. E. Bethge, Leggere  Bonhoeffer, op. cit.,, 79 - 80.
[19] Cfr. Ibidem, 80 – 81. Bonhoeffer mise in questo suo progetto tutte le energie necessarie e non andarono certamente sprecate dato che “al tempo di Finkenwalde, grazie ad esso, i giovani parroci furono resi straordinariamente stabili di fronte alla crisi della loro chiesa e questo conservò l’autonomia del loro essere cristiani” (Ibidem, 82). Dopo il 1945, invece, i vari tentativi di ripresentare l’esperienza del Bruderhaus non riuscirono rispetto al tradizionale lavoro pastorale in parrocchia (cfr. Ibidem, 81).
[20] D. Bonhoeffer, Vita comune, op. cit., 21.
[21] “Sarà Gesù Cristo a dirmi, contro tutte le mie opinioni e convinzioni, come si manifesti il vero amore per il fratello. Perciò l’amore spirituale è legato solo alla Parola di Gesù Cristo […]. Tra me e l’altro c’è Cristo, perciò non posso aspirare ad una comunione immediata con l’altro” (Ibidem, 28).
[22] “Una comunità cristiana vive della reciproca intercessione dei suoi membri, altrimenti è destinata al fallimento. Se prego per un fratello, non posso più odiarlo o condannarlo, qualsiasi problema possa procurarmi. Il suo volto, forse dapprima estraneo ed insopportabile, nell’intercessione si trasforma nel volto del fratello, per amore del quale Cristo è morto, il volto del peccatore che ha ricevuto misericordia” (Id., Vita comune, op. cit., 66 - 67).
[23] Cfr. Ibidem.
[24] Ibidem, 67.
[25] Sono molte le lettere dal carcere in cui Bonhoeffer disquisisce sulla Chiesa, su Cristo e sul rapporto con un mondo divenuto adulto. È interessante notare come tra gli appunti dell’agosto 1944 ve ne sia uno intitolato Progetto per uno studio, in cui il nostro Teologo afferma di avere in progetto la stesura di uno scritto di non più di 100 pagine in tre capitoli, riguardanti un bilancio del cristianesimo, la fede cristiana e le varie conseguenze. In quest’ultimo capitolo lui scrive della Chiesa, sottolineando come “la Chiesa è Chiesa solo se esiste per gli altri. Per cominciare, essa deve fare dono di tutti i suoi possessi a coloro che si trovano nel bisogno. I pastori devono vivere esclusivamente delle libere offerte della comunità, ed eventualmente esercitare una professione mondana. La Chiesa deve partecipare agli impegni mondani della vita della comunità umana, non dominando, ma aiutando e servendo. Essa deve dire agli uomini di tutte le professioni che cosa sia una vita con Cristo, che cosa significhi «esserci per altri». In modo particolare, la nostra Chiesa dovrà opporsi ai vizi dell’hybris, dell’adorazione della forza, dell’invidia e dell’illusionismo, quali radici di tutti i mali. Essa dovrà parlare di misura, autenticità, fiducia, fedeltà, costanza, pazienza, disciplina, umiltà, sobrietà, modestia. Essa non dovrà sottovalutare l’importanza dell’ «esempio» umano” (Id., «Progetto per uno studio», in Id., Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, San Paolo, Cinisello Balsamo 1988, 463 – 464).
[26] Id., Sequela, op. cit., 177.
[27] Ibidem.
[28] Ibidem, 32 – 33.
[29] Utilizzo l’espressione riportata dall’amico Bethge in E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer, op. cit., 475.
[30] D. Bonhoeffer, Lettera ad un conoscente del 27 gennaio 1936, GS III, 25, riportata in E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer…, op. cit., 204.
[31] D. Bonhoeffer, Sequela, op. cit., 27 – 29.
[32] Ibidem, 29.
[33] Ibidem, 30.
[34] Ibidem, 29.
[35] N. Ciola, La crisi del teocentrismo trinitario nel novecento teologico. Il tema nel contesto emblematico della secolarizzazione, Dehoniane, Roma 1993, 194.
[36] D. Bonhoeffer, Sequela, op. cit., 34.
[37] “A buon mercato si proclamava l’annuncio, si conferivano i sacramenti, si battezzava, si dava la confermazione, si assolveva un intero popolo, senza che fossero poste domande o condizioni, per amore umano si consegnavano le realtà sante a chi se ne faceva beffe e agli increduli, si dispensavano all’infinito torrenti di grazia, ma sempre più di rado si sentiva la chiamata al rigore della sequela” (Ibidem, 38).
[38] Ibidem, 39.
[39] Ibidem, 34.
[40] Ibidem, 37.
[41] Ibidem, 41.
[42] Ibidem, 85.
[43] Ibidem.
[44] Ibidem, 86.
[45] Cfr. Ibidem, 87.
[46] Ibidem, 88.
[47] Ibidem, 46.
[48] Ibidem, 92.
[49] Cfr. Id., Cristologia, Queriniana, Brescia 20013.
[50] Cfr. C. Scilironi, «Dietrich Bonhoeffer (1906 – 1945)», in Credere Oggi 2 (2005) 89.
[51] Cfr. D. Bonhoeffer, Sequela, op. cit., 89.
[52] Ibidem, 93.
[53] Ibidem, 76.
[54] Ibidem, 78.
[55] “La croce non è una avversità o un duro destino, ma è quel patire che ci deriva solo a causa del nostro vincolo con Gesù Cristo. Non è sofferenza casuale, ma necessaria. La croce non è sofferenza legata all’esistenza naturale, ma all’esser cristiani. La croce non è assolutamente soltanto patire, ma è patire e insieme l’esser riprovati e, anche qui, a rigore, esser riprovati a causa di Gesù Cristo, non per qualsiasi altro comportamento o confessione di fede” (Ibidem).
[56] Ibidem, 75 – 76.
[57] Ibidem, 77.
[58] Ibidem, 77 – 78.
[59] Ibidem, 79.
[60] E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer, op. cit., 472.
[61] D. Bohnoeffer., «Lettera 18 luglio 1944», in Id., Resistenza e resa, op. cit., 441.
[62] Id., Sequela, op. cit., 82.
[63] Cfr. Ibidem, 78 – 79.
[64] Ibidem, 199 – 200.
[65] Ibidem, 71 – 72.
[66] Ibidem, 49.
[67] Ibidem, 67.
[68] Ibidem, 82.
[69] Id., «Lettera 18 luglio 1944», in Id., Resistenza e resa, op. cit., 441.

martedì 27 gennaio 2015

Etty Hillesum: per non dimenticare

Ricordare la figura di Etty Hillesum in occasione del 70° anniversario dell'apertura dei cancelli da parte delle truppe sovietiche significa far memoria di una giovane donna la quale ha saputo portare a compimento un cammino di crescita e maturazione umana in soli tre anni ed avendo come sfondo la crudeltà nazista. Etty, infatti, partendo dall'essere una "moribonda legata a mezzo chilo di aspirine all'anno", giunge a divenire adulta e capace di scegliere  di donare la propria vita senza paura di perderla.
Pur non possedendo una coscienza della fede cristiana, la Hillesum va dall'amore all'amore, percependo ed accogliendo quello che stava accadendo intorno a lei non con dei nervi di acciaio ma molto sensibili. Lei sa guardare in faccia la realtà, ma non vuole che l'odio e la crudeltà si impadronissero del suo cuore. Compie così un cammino di verità in sé che la porta ad assumere su di sé il dramma della shoah senza preoccuparsi troppo di stare al sicuro per offrire ai posteri un nuovo senso della storia e della realtà. Etti abita la realtà, non smette di sognare ed incontra nel profondo di quel pozzo che è il suo cuore Dio. Non si crea un mondo alternativo, bensì vuole entrare sempre più in quella tragica realtà per essere un "balsamo per molte ferite".
La fede appartiene all'umanità, è per lei il frutto di uno scavo interiore perseverante e costante e non tanto un dono della grazia divina. Etty inizia un dialogo ininterrotto con quella Realtà che viene chiamata Dio per trarre da Lui forza e sostentamento. Lei non cerca un mago capace di cambiare la storia, bensì un potente intercessore che è in grado di sostenerla dandole fortezza e misericordia.
Quale è allora il testamento che la Hillesum ci lascia? Lei ci esorta a non smettere mai di sognare, ad impegnarci responsabilmente nella costruzione di un mondo "diverso", ossia sempre più abitato dalla fratellanza e da piccolissimi atomi di amore, senza dei quali vi sarebbe solo odio e vendetta.

giovedì 22 gennaio 2015

Etty Hillesum. Umanità radicata in Dio


Riporto l'intervista fatta allo scrittore Michael Davide Semeraro da parte del giornalista Arnaldo Casali oggi pomeriggio presso la libreria Paoline di Terni in occasione della presentazione del suo libro Etty Hillesum: umanità radicata in Dio, Paoline, Milano 2013.
 
Casali: primo sentimento curiosità…poi guardando la vita mi è sembrata una donna molto emancipata. Molto apprezzata dalla Chiesa anche se non ho visto in lei né conversione né risentimento per ciò che ha fatto. Una spiritualità della ricerca interiore, molto individualista che fino vent’anni fa stata definita new age. Quello di Etty è un libro che ti cambia e che produce una crescita interiore in chi legge. Etty sembra una amica che ti dà dei consigli. Ricerca dell’Assoluto e fame di vita e dell’umanità caratterizzano il suo percorso. Come è possibile allora che la Chiesa l’abbia tanto apprezzata?

Semeraro: Etty Hillesum è un personaggio particolare. Il suo Diario a differenza di Frank, Weil… è stato chiuso in un cassetto fino al 1981. 11 quaderni giudicati non interessanti. Il suo percorso, brevissimo (2 anni), è profetico: una ragazza molto emancipata, fin troppo emancipata secondo le sue amiche, molto più prossima alla nostra sensibilità postmoderna che all’epoca a lei coeva. Etty Hillesum capovolge i fattori: è l’esperienza di trascendenza ad averla portata alla conversione morale (ma non alla morale!!!). Dalla bulimia (quello che mi piace me lo prendo) e dalla costipazione sui propri dolori e desideri all’essere una donna totalmente aperta agli altri fino alla scelta di morire (cosa che gli ebrei non lo hanno mai perdonato a lei). Etty Hillesum è la grande scommessa di un cammino spirituale che inglobi la complessità e la ambiguità (cfr. Thomas Merton). Lo spirito può animare anche una antropologia difettosa (modernità assoluta di questo personaggio!!!). Lei ci è vicina per aver accolto la drammaticità della sua struttura umana più l’inferno nazista. La sua esperienza ha un livello di compatibilità cristologica che raramente troviamo nei cristiani canonizzati. Basti pensare al perdono per il nemico: è riuscita a metabolizzare il problema del male senza scadere nella violenza. Non c’è nessun male attorno a noi che possa essere assolutizzato.

Casali: la Hillesum e la Stein…

Semeraro: si sono incontrate a Westerbork insieme alla sorella della Stein Rose e si intrattennero a parlare della loro infanzia. Sono morti in campo di sterminio il 75% degli ebrei olandesi. Etty vede le monache umiliate e private del loro abito ma rimane molto impressionata dalla loro calma…sembra che non abbiano mai lasciato il loro chiostro. Etty faceva parte del Consiglio ebraico poiché secondo la Gestapo il lavoro sporco con gli ebrei lo dovevano fare gli stessi ebrei. Ogni ebreo aveva diritto ad un solo zaino per partire (generalmente il mercoledì) ed infatti Etty si assilla nel domandarsi cosa mettere in questo zaino. Lei è cosciente dello sterminio ma non smette di pensare al dopo.

Casali: cosa ha vissuto il nazista per divenire così? Questa è la domanda che lei si pone dinanzi all’atroce spettacolo che vede.

Semeraro: il male ha il potere di farci girare intorno al male, divenendo preda del male (se ho un mal di denti divento un dente). Hitler non è il male ma secondo lei la maschera di turno del male. Lei non identifica il male con l’esperienza del male. Il male è una diminuzione del bene; lei vuole contestualizzare il male aumentando il bene. Etty cerca di stare dove la situazione la pone e di starci al meglio mettendoci del suo. Etty non identifica il male patito con il male assoluto.

Casali: ad Auschwitz ciò che veniva tolta era la dignità della persona…dove l’ha preso questo amore per tutti?

Semeraro: per Etty la questione della fede è una questione di pozzo e non di cisterna, come invece fa il catechismo. Devi scavare fino a che non trovi l’acqua dentro di te e non devi importarla da fuori. Quella di Etty è una esperienza molto personale senza essere individualistica, tanto che manifesta una grande apertura all’altro. Quando i suoi amici organizzano un finto rapimento per portarla in Inghilterra lei rifiuta poiché afferma che la sua vita non vale più degli altri (la Stein ha cercato invece di salvarsi sapendo di essere una grande filosofa). La propria unicità non deve superare le unicità degli altri. L’unica esperienza di unità interiore è scavare e così di unità con gli altri, poiché prima o poi ci incontreremo. Restringe la spazialità per guadagnare in profodità e, quindi, in condivisione con tutti.

Casali: come Pasolini…

Semeraro: sono personaggi che hanno saputo portare a compimento il loro percorso. Queste persone hanno avuto dei cammini in cui si sono fracassati e sgualciti e dai quali tutti però in seguito hanno potuto goderne in seguito. Il nazismo ha fatto sembrare che non ci fosse pericolo in quello che stava avvenendo…ha preso tutti alla sprovvista!

Casali: Etty ci richiama alla responsabilità. La vita è bella…

Semeraro: …anche se non la sperimento come tale, come è stato per Etty Hillesum.

Etty Hillesum è la negazione del primato della morale sulla mistica e noi siamo il frutto di questi qui.

 

Chiedo io:

Quale è il nuovo senso che la Hillesum vuole dare alle cose?

-          Il primo dovere per Etty è trasmettere che il male non ha vinto. È partita cantando per il campo di sterminio. Si deve trasmettere la luce e non il dolore vissuto…vorrei essere un balsamo per molte ferire. Con il male si scherza poiché prendere sul serio il male è già farlo vincere (ironia).

L’esperienza dell’inginocchiarsi…

-          L’inginocchiarsi in bagno. Lei fa l’esperienza fisica di poter entrare in contatto con lo spirito. L’inginocchiarsi è tutta la preghiera credendo che attraverso la terra si possa far esperienza dell’azione di Dio. La preghiera è il mezzo del contatto con la propria interiorità per non lasciarsi coinvolgere dal reale senza negare quello che sta avvenendo. La mia vita non è inutile ma irrilevante rispetto a ciò di cui facciamo parte ma di cui non siamo il centro.

lunedì 12 gennaio 2015

Quando la libertà non è sinonimo di dialogo



Gli eventi accaduti in questi giorni a Parigi hanno portato il mondo intero a focalizzare la propria attenzione su due termini, “libertà” e “paura”. L’Europa multietnica e multiculturale si è trovata d’un tratto costretta a fare i conti con il lato peggiore della globalizzazione, ossia quello di aver portato il vuoto, il disorientamento e la disumanizzazione, dopo aver reso il mondo più piccolo e tutti più vicini. Come scriveva qualche anno fa lo storico Andrea Riccardi, la società globalizzata si mostra essere «una società dove il pluralismo religioso genera relativismo o il suo contrario, l’estremismo». L’Europa si sente minacciata dall’altro, dal diverso, si guarda attorno con paura e preoccupazione, quasi vorrebbe rialzare quelle frontiere e quelle mura che ha da tempo abbattuto per favorire gli scambi economici.
Oltre la paura, la libertà. Parigi, e non solo, si è trovata improvvisamente tappezzata da striscioni di vari colori su cui era scritta questa parola, come se fosse essa la vera fonte della pace e della sicurezza di un popolo o, peggio ancora, come se essa fosse il fine a cui un essere umano deve anelare. Ma Parigi ha dimenticato che la libertà non è il fine ma solo un mezzo utile per la realizzazione del bene comune. Parigi ha dimenticato che la libertà di espressione, tanto osannata, non può mai contraddire la libertà per il bene.
Non ci si può allora considerare liberi di essere blasfemi ed offensivi, come non ci si può ritenere liberi di uccidere gli altri. Parigi, allora, ci esorta a ripensare il termine “libertà”, che, a mio giudizio, deve essere legato a quello di “incontro” e “dialogo”. Siamo all’interno di un mondo al plurale, sempre più a rischio di fratture e collassi, ma all’interno del quale il tema del dialogo emerge come prioritario per accogliere la diversità. Come affermava nel 2008 il papa Benedetto XVI, «occorre fare in modo che le persone accettino non soltanto l’esistenza della cultura dell’altro, ma desiderino anche riceverne un arricchimento». Solo un’educazione al dialogo può salvare l’Europa, in quanto esso è apportatore di incontro e di vicinanza tra popoli e culture, ma per essere autentico deve fondarsi sul rispetto per gli altri ed essere animato da uno spirito di riconciliazione e fraternità. Se manca questo, le tante “libertà al genitivo” (di stampa, si espressione, di parola, di studio, di lavoro, di circolazione…) non porteranno mai la pace e la felicità tra uomini, i quali sono nati liberi per amare. La libertà non può contraddire l’amore e si è liberi solo nella misura in cui si ama e si rispetta l’altro e la sua cultura.
Scriveva, durante la Seconda Guerra Mondiale, nel suo Diario l’ebrea Etty Hillesum: «Non ci sono confini tra gli uomini sofferenti, si patisce sempre da una parte e dall’altra». Le atroci e disumane immagini che hanno, dall’Europa come dall’Africa e dall’Oriente, tempestato i nostri televisori ci hanno reso ancora una volta purtroppo attuali queste sue parole nell’attesa che ci sia, come lei amava dire, «una nuova fioritura».

giovedì 8 gennaio 2015

Il concetto di causalità


Il concetto di causalità è uno dei temi nodali della metafisica e attraversa il pensiero di filosofi come Platone, Aristotele e Tommaso. Platone prende le mosse dall’individuazione del concetto di causa, cioè dell’autentica ragione che fa sì che la realtà sia come effettivamente è. Nel Fedone, Platone fornisce due esempi, quello di Socrate in carcere e quello dell’altezza e della bassezza rispettivamente di Simmia e Cebete. Stando ai filosofi pluralisti (o “corporeisti”) la causa per cui Socrate si trovava in carcere sarebbe stato il fatto che egli possedeva delle ossa, dei muscoli e delle articolazioni, che gli consentivano di muoversi (cfr. Platone, Fedone, 98c-e). Questa tesi è assurda, soprattutto alla luce del senso di giustizia che aveva animato l’intera vita di Socrate, e, invece, dell’ingiustizia degli Ateniesi, che lo condannano. Nel secondo passo (cfr. Ivi, 100a-101d) emergono con più chiarezza le contraddizioni filosofiche dei pluralisti: se ciò che fa essere Simmia più alto di Cebete (cioè la causa del suo esser alto) è la misura della testa che essi avevano di differenza, né sarebbero scaturite due aporie: 1) una stessa cosa (la testa) sarebbe stata la causa dell’esser alto di Simmia e dell’esser basso di Cebete (cioè, una stessa cosa avrebbe avuto due conseguenze opposte); 2) una cosa di per sé piccola (considerata in rapporto a tutto il corpo) dà vita a qualcosa di grande (Simmia). Ne segue che la causa dell’essere alto di Simmia e dell’essere basso di Cebete non è la testa, ma è la relazione (più o meno stretta) che ciascuno dei due ha con l’Idea di altezza e di bassezza. Quindi la causa autentica dell’essere alto di Simmia è l’Idea di altezza, quella dell’essere basso di Cebete l’Idea di bassezza. La causa dell’esser bella della rosa bella non è il suo colore, la sua forma, il suo profumo, ma la relazione che essa ha con l’Idea di bellezza (altrimenti non potrei chiamare “belle” tutte le altre cose che hanno caratteristiche diverse da quelle della rosa bella). Dunque la causa dell’essere delle cose e del loro esser-così (esser tali) non può essere fisica, ma metafisica, cioè soprasensibile.

Interessante, a nostro avviso, è l’interpretazione che Fabro compie della causalità platonica, contenuta in gran parte nella sua dissertazione La difesa del principio di causa. In questo testo Fabro vuole difendere la sua tesi che lega il principio di causalità con l’essere partecipato. L’ente per partecipazione è ciò che dipende dall’essere per essenza e, in quest’ultimo, trova la sua causa, sostiene Fabro e prosegue evidenziando che l’essere per partecipazione non può essere tutto l’essere, dato che è imperfetto, corrotto, mutevole. Nella nostra esperienza siamo sempre in contatto con l’Essere che si partecipa, che si comunica agli enti attraverso una gradazione dell’essere stesso. Non siamo mai dinanzi all’atto o alla forma pura, che precedono, invece, quanto risulta essere imperfetto e limitato. Non possiamo rinunciare, quindi, alla dottrina platonica della partecipazione[1]. Commenta, a questo riguardo, Pangallo facendosi interprete di Fabro, che «l’attività dell’Essere che si comunica nella partecipazione (partecipazione “ontologica”) può denominarsi “causalità”; il termine di questa attività (tutto ciò che esiste) può denominarsi “effetto”. Senza questa partecipazione causale, non sarebbero intelligibili gli enti in quanto enti per partecipazione e dunque tutta la realtà resterebbe senza spiegazione e senza fondamento»[2].

Se vogliamo analizzare il concetto di causalità presente in Aristotele è bene far riferimento ai capitoli 6 – 9 del libro Λ della Metafisica, dove il nucleo teoretico principale è proprio la causa prima. Il motore immobile muove ma non è mosso e non è responsabile né di una causa materiale né di una formale, dato che in esso non vi è materia alcuna e non genera movimento. Si può trattare, allora, di una causa efficiente e anche di una causa finale. A questo altro aspetto viene dedicato da Aristotele il capitolo 7 del libro Λ della sua Metafisica. Il discorso ritorna proprio sull’importanza di trovare qualcosa che muova senza essere mosso, che sia eterno ed in atto. Il primo paragone, che lo Stagirita trova, è con l’oggetto del desiderio e della intelligenza, ossia con il bello (cfr. Met., Λ 7, 1072a25-28). Per Aristotele l’intelletto è mosso, quindi, dall’intelligibile (cfr. Met. Λ 7, 1072a30) e, trattando della prima tra le sostanze intelligibili, il Filosofo pensa al motore immobile, allontanandosi dalla sostanza prima di Platone, ossia dall’Uno.

Analizzando il pensiero di Tommaso d’Aquino, ci accorgiamo che possiamo suddividere le cause in due generi, la causa univoca e la causa analoga. La causa univoca appartiene al divenire e costituisce la causalità predicamentale; la causa analoga, invece, è propria dell’essere e va a costituire la causalità trascendentale. A questo riguardo, Pangallo approfondisce la sua analisi, affermando che la gradazione intensiva è propria della causalità trascendentale e non di quella predicamentale e, per sostenere la sua tesi, pone l’esempio della animalità[3]. Per Tommaso l’essere viene derivato in due momenti differenti, che possiamo definire uno immanente ed uno trascendente. Quello immanente è derivato dalla forma sostanziale ed è predicamentale, mentre quello trascendente proviene dalla causa efficiente.

Nella nozione di causalità aristotelica si nota la mancanza della nozione metafisica di partecipazione, di stampo prettamente platonico: ogni ente finito è un ente per partecipazione rispetto al Primo Ente, che in Tommaso è Dio. Nella nozione di Dio come Causa Prima trascendente ogni ordine di cause, l’Aquinate trova la pista risolutiva per salvaguardare l’unità dell’essere e compiere la sintesi tra il pensiero di Platone e quello di Aristotele. Commentando il libro XII della Metafisica di Aristotele, Tommaso interpreta questo pensiero evidenziando come Dio non causi soltanto dando inizio al movimento del mondo, ma comunicandogli anche l’essere e mantenendolo perpetuamente nella sua sostanza. In Dio come Causa Prima, troviamo l’unità tra l’essere, la vita e il comprendere. La Causa Prima diviene personale, perciò l’atto di essere diviene allo stesso tempo atto di amore e atto di intendere «libero, infinito, perfezione suprema, fondamento dell’esistenza di ogni ente, di ogni intelligente, e di ogni amante»[4]. Conclude così Pangallo che «Dio come Prima Causa è causa perché tutte le altre cause siano cause nell’ambito del divenire, dove l’intrecciarsi delle causalità create, nella sua contingenza, rimanda sempre all’Essere divino quanto all’intelligibilità intrinseca, pur rimanendo salva la differenza ontologica»[5]. In questo modo non possiamo ritenere che nel pensiero tomista la Causa Prima oscuri la causalità predicamentale; le cause seconde, infatti, sono anch’esse comunicazione dell’essere, sempre in relazione al loro ordine. La causalità creaturale si esprime, poi, tramite la forma od essenza o natura dell’ente, ossia per mezzo di quel principio metafisico che riceve l’essere da Dio e lo limita determinandolo nei singoli enti.



[1] Cornelio Fabro, La difesa del principio di causa”, in Esegesi tomistica, PUL, Roma 1969, 40–41.
[2] Mario Pangallo, Il principio di causalità nella metafisica di S. Tommaso. Saggio di ontologia tomista alla luce dell’interpretazione di Cornelio Fabro, LEV, Città del Vaticano 1991, 23.
[3] Cfr. Ivi, 33.
[4] Ivi, 35.
[5] Ivi, 38.

mercoledì 7 gennaio 2015

Essere ed essenza


Tommaso d’Aquino, nella storia della metafisica, affronta nel De ente et essentia la fondamentale questione del rapporto tra essere ed essenza sia in relazione a Dio che agli spiriti finiti. Tra essenza ed essere vi è infatti una interessante differenza. L’essenza è ciò per cui ogni cosa possiede il suo essere, è ciò che fa in modo che ogni cosa sia quella determinata cosa e non un’altra. L’essenza viene espressa dalla definizione e la si può indicare con il nome di quiddità nel momento in cui diviene un ente, ossia un essere in atto. Infatti per essenza Tommaso intende propriamente ciò  per mezzo del quale e nel quale un ente possiede l’essere (cfr. De ente et essentia, 1,79)[1]. L’essere è il tutto, la totalità che viene studiata da quella scienza che è la metafisica. Nelle creature l’essere viene distinto grazie all’essenza, che per Tommaso è atto d’essere.

L’essenza è la verità di cui si predica l’essere e coincide usualmente con una definizione. A sua volta l’essere è ciò di cui si predica tale definizione. In questo modo sembra abbastanza chiaro che l’essenza si predica di ciò che è, di un ente, che è participio presente del verbo essere. L’ente è tutto ciò di cui si predica l’atto d’essere, cioè che esso esiste ed è qualcosa. Questo qualcosa che l’ente è in atto, ossia in un modo determinato che fa  sì che sia quella cosa e non altro, è l’essenza. L’ente è allora l’essere in quanto atto. L’ente e l’essenza sono, quindi, presenti in tutte le sostanze, sia che queste sono composte sia che sono semplici.

Quando Tommaso tratta di sostanze composte (cfr. De ente et essentia, 2, 81ss) fa riferimento a quelle che sono frutto della combinazione della forma con la materia e la cui essenza comprende sia la forma che la materia. Infatti, a differenza di Averroè, l’Aquinate sostiene che «l’essenza è ciò che viene espresso attraverso la definizione della cosa, e la definizione delle sostanze naturali contiene non soltanto la forma, ma anche la materia […]. È chiaro dunque che l’essenza comprende la materia e la forma», altrimenti «tra le definizioni naturali e quelle matematiche non ci sarebbe alcuna differenza» (De ente et essentia, 2, 83). Ma perché si produca un individuo ci deve essere una materia signata quantitate, ossia una determinata quantità di materia che, componendosi con la forma, comporti l’attuazione dell’ente. Questo è abbastanza evidente se pensiamo alla differenza tra Socrate e la definizione di un uomo: Socrate lo consideriamo un individuo in quanto la forma entra in composizione con una porzione quantitativamente signata di materia; nella definizione di uomo non stiamo in presenza di un individuo, poiché la forma entra in composizione con una materia non signata. Socrate ed uomo sono entrambi un’essenza, ma solo Socrate è un ente, ossia una quiddità determinata in atto (cfr. De ente et essentia, 2, 85.87).

Nelle sostanze separate (cfr. De ente et essentia, 4, 107ss), come l’anima e le intelligenze, la distinzione tra essere ed essenza è più significativa, poiché per Tommaso esse posseggono una capacità intellettiva che è il loro stesso modo di essere e che se fosse affetta dalla materia non sarebbe in grado di cogliere l’universalità. Al tempo stesso, però, non possono essere considerate al pari della Causa prima. Secondo l’Aquinate esse devono essere il risultato della composizione tra la forma e l’essere aventi come essenza solo la forma. Per questo motivo esse non possono totalmente realizzare in atto la loro essenza, a causa della presenza in esse della potenzialità e quindi del divenire. Infatti, a differenza della Causa prima, possiedono un essere non altrettanto semplice, ma limitato e finito poiché derivato dall’Essere.

Generalmente, come abbiamo detto sopra, nelle creature essere ed essenza sono ben distinti, anche se evidenzia Tommaso l’essenza sia priva di materia. In Dio le cose sono ben diverse, dato che in Lui essere ed essenza coincidono. Per l’Aquinate la Causa prima ha il privilegio di possedere un essere che è in grado di realizzare pienamente in atto la propria essenza. Essa è ente in forma totale ed assoluta, senza la presenza della minima potenzialità e quindi del più piccolo divenire. Dio non possiede, quindi, una quiddità, una misura di essere, la sua essenza non rientra in un genere. La cosiddetta deità, infatti, non può essere considerata come un genere che si realizza in atto in un individuo, bensì è l’essere stesso in atto. Proprio per questo motivo a Dio si attribuiscono tutte le perfezioni che si possono realizzare in atto nell’essere. Scrive Tommaso verso la conclusione del suo saggio: «le perfezioni […] in Lui formano un’unità, mentre nelle altre cose rimangono distinte tra loro» (De ente et essentia, 5, 121).

Per questo motivo possiamo sostenere che l’unità e l’identità riguardano l’essere, mentre la diversità e la molteplicità la determinazione dell’essere, ossia l’essenza. Questa distinzione tra essere ed essenza permette all’ente di essere al tempo stesso interamente uno ed interamente diverso senza subire contraddizione. L’ente, infatti, è una sintesi di essere ed essenza e l’essenza non è concepibile se non in rapporto all’essere. L’essere si determina nell’essenza, ma in questo processo di determinazione esso si mantiene in se stesso, si mantiene nella sua unità.

Dal rapporto tra essere ed essenza è possibile riconoscere all’ente il suo essere uno come tutti gli altri enti ed il suo essere molteplice e, quindi, diverso da tutti gli altri enti. L’ente è interamente essere come è interamente determinazione.

La distinzione fra essenza ed essere non riguarda però solo la sostanza. Per il Doctor Angelicus essa concerne anche gli accidenti. Questi, infatti, sono definibili e, quindi, possono avere una essenza, anche se in maniera diversa rispetto alle sostanze. Gli accidenti esistono sempre in relazione ad una sostanza, per cui nella definizione di un accidente deve sempre comparire un soggetto a cui esso fa riferimento. Per questo motivo l’essenza degli accidenti deve essere pensata incompleta (cfr. De ente et essentia, 6, 127ss). Causa degli accidenti, infatti, è la sostanza, che rappresenta la realtà prima e suprema del genere dell’ente.

Intorno alla questione del rapporto tra essenza ed essere Tommaso ha saputo rileggere tutto il reale, sia nella sua prospettiva metafisica (semplicità divina, composizione di essenza ed esistenza negli enti creati, composizione fisica di materia e forma nelle sostanze composte, composizione tra soggetto ed accidente) che in quella logica.




[1] Con il termine "natura" Tommaso intende l’essenza della cosa per la quale essa ha una relazione con la propria operazione. In questo modo, per esempio, dalla proprietà di attirare il ferro riconosco la natura del magnete (cfr. De ente et essentia, 1, 79).

venerdì 2 gennaio 2015

La metafisica

La filosofia prima o metafisica è quella parte della filosofia che si occupa del problema dei fondamenti dell’essere. In questo modo questa disciplina si interessa delle cause e dei principi primi. Tutte le scienze, infatti, indagano intorno a delle cause specifiche, mentre la metafisica si occupa della struttura causale della realtà. Questa spiegazione per cause permette alla filosofia prima di concludere che la realtà è razionale, in quanto spiegabile a partire dalle cause e non da elementi ad essa estranei. A differenza delle altre scienze, allora, la metafisica non si interessa di studiare un essere particolare, ma si pone la domanda circa l’esistenza di un essere generico, un essere in quanto essere. Aristotele, per esempio, riprende il problema parmenideo intorno all’essere, dichiarandone  l’inconsistenza. Oltre a ciò è sua materia di indagine anche la sostanza con i suoi vari significati. Aristotele, in questo caso, analizza la sostanza in quanto forma o essenza e si concentra, in questo modo, soprattutto sul significato che è più utile alla conoscenza. Inoltre la metafisica studia il principio primo e il fine ultimo e la sostanza soprasensibile, essendo essa stessa teologia.
Come ebbe modo di affermare Aniceto Molinaro, la filosofia prima può essere considerata come la scienza che studia l’ ‘è’, l’essere della cosa. Uno studio, dunque, veramente filosofico e che, per il fatto che esso si occupa dell’essere, si identifica proprio con la metafisica, la quale si attiene all’identità, senza escludere la distinzione, fra essere e verità. La filosofia, infatti, è l’essere nella espressione della sua verità[1].
Quindi, ricapitolando, possiamo giustamente affermare che la metafisica sia una scienza dell’ente in quanto ente, o in maniera equivalente, dell’ente in quanto essere. Essa studia l’ente precisamente in ciò che lo determina come ente, in ciò che permette all’ente di essere propriamente ente. Ossia la metafisica studia l’essere dell’ente, dato che l’essere è ciò per cui l’ente è ente.
Come dicevamo sopra la metafisica è quella scienza che si occupa del fondamento dell’ente. E l’essere è il fondamento dell’ente. Infatti l’essere è il fondamento incondizionato dell’ente: non possiede condizioni previe, ma condiziona tutto. Per essere maggiormente precisi, se questa incondizionatezza è immediata, la metafisica tratterà dell’essere dell’ente, mentre se è assoluta, essa si occuperà dell’Essere Assoluto, fondamento ultimo dell’essere dell’ente.
La metafisica rimanda anche alla sfera della totalità, in quanto essa ha proprio come oggetto la totalità dell’ente a partire dall’essere. In questo modo è inevitabile che la metafisica, se considera l’ente nel suo essere, debba considerare l’ente nella sua totalità. Dire ciò significa sottolineare come al di fuori dell’essere non vi sia che il nulla, che è appunto non-essere. L’essere, che è oggetto della metafisica, ha come caratteristiche quelle di essere illimitato, inoltrepassabile ed insuperabile. Come afferma Molinaro, «l’essere è […] l’orizzonte assoluto, l’apertura totale, e cioè l’unità e la totalità in cui ogni ente, tutto l’ente, l’ente in quanto tale, consiste. E la metafisica è la scienza dell’ente in questa sua unità e totalità e, quindi, scienza della totalità»[2].
Affinché, allora, si possa parlare di metafisica, si deve intendere una scienza che abbia come oggetto la totalità, che abbracci l’intero, in quanto studio dell’ente in quanto ente ed, in particolar modo, dell’essere come fondamento della totalità dell’ente. In questo modo, tanto è esteso il suo oggetto di studio, tanto deve estendersi la metafisica, che diviene, così, la scienza totale. Il suo oggetto, infatti, è la totalità dell’essere e la totalità della scienza.
Se poi il pensiero è sempre e solo pensiero dell’essere, la totalità dell’essere riguarda la totalità del pensiero. Vi è metafisica nella misura in cui vi sia il suo oggetto, l’essere nella sua totalità. Proprio a partire dall’oggetto, di quella che dicevamo essere la filosofia prima, possiamo capire allora come sia importante evidenziare la differenza che intercorre tra la metafisica come scienza e le scienze determinate. Quest’ultime sono appunto determinate, in quanto si occupano di un determinato settore della realtà e, quindi, la loro natura è di essere parziali e controvertibili. Sono cioè scienze capaci di errore, di revisione e di falsificazione. L’oggetto di cui si occupa, invece, la metafisica, fa sì che la sua scienza sia incontrovertibile, non soggetta all’errore o ad essere smentita.
Trattando dell’oggetto di studio della filosofia prima è necessaria un’ulteriore precisazione. Il fatto che la metafisica sia scienza totale non significa che essa sia una scienza di tutto, bensì che è la scienza del tutto. Questo è importante, poiché non si deve confondere la filosofia prima con il sapere enciclopedico, intendendo il tutto cioè in modo quantitativo, ossia legato alla conoscenza determinata di ogni cosa però nella sua determinatezza. Il tutto, invece, è da intendersi proprio come lo stesso essere, nel quale trova posto ogni singola determinazione. Per cui studiando il tutto non equivale a dire che la metafisica sappia ogni singola determinazione.
Per quanto il termine ‘metafisica’ abbia avuto un’origine estrinseca, designando i libri ‘successivi a quelli di fisica’ (metà tà physikà) nell’ordinamento del corpus aristotelico operato nel I sec. d.C. da Andronico, esso esprime adeguatamente la natura di questa scienza, in quanto essa procede al di là della fisica (la prima delle scienze particolari), per raggiungere il fondamento comune su cui tutte le scienze particolari si fondano e determinarne l’ordinamento. La denominazione di ‘filosofia prima’, che è quella data da Aristotele, mostra con chiarezza questo carattere: la metafisica è prima perché tratta dell’oggetto cui tutte le scienze particolari si riferiscono, e delinea i principi da cui tutte discendono. Nell’opera di Aristotele, la concezione della metafisica come teologia, cioè come scienza dell’essere più alto e perfetto dal quale tutti gli altri esseri dipendono, si intreccia con quella della metafisica come ontologia, cioè come scienza che studia i caratteri fondamentali dell’essere in quanto essere (teoria della sostanza), che nelle sue determinazioni è oggetto di tutte le altre scienze.




[1] Aniceto Molinaro, Metafisica. Corso sistematico, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994, 8.
[2] Ivi, 10.