Si sacrifica l'essenza della fede ogni volta che si smarrisce la convinzione razionale del suo fondamento. La fede viene così ridotta ad essere una cieca credulità (Wolfhart Pannenberg)
venerdì 20 novembre 2015
La cura
«Tutti possiamo collaborare come strumenti di
Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria
cultura ed esperienza,
le proprie iniziative e capacità», ha spiegato Papa Francesco nella sua
enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune, rimandando anche al mistero
dell’universo: «Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “creazione” è più che
dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove
ogni creatura ha un valore e un significato». In particolare il Papa ha
evidenziato la «responsabilità dell’essere umano, che è parte del mondo con il
compito di coltivare le proprie capacità per proteggerlo e svilupparne le
potenzialità». Lo scrive Herbert Schambeck aggiungendo che nell’uomo si
coniugano la responsabilità individuale e quella sociale. Poiché avere una
responsabilità esige che si diano delle risposte, in questa responsabilità
verso il creato l’uomo ha l’obbligo di agire e di fare.
domenica 15 novembre 2015
Parigi: la fine dei miti?
Quello che è avvenuto a Parigi in
questi giorni non è altro che il frutto dell’ateismo e di una società che pur
di dirsi laica, o meglio laicista, si è voluta rendere priva di ogni
riferimento e legame con l’Assoluto, con Dio. Ormai in più campi stiamo
assistendo alle derive di un primato dell’essere umano vissuto come dominio e
non come servizio o custodia, un primato imposto con la forza e l’esercizio
della potenza su di un ambiente inerme ed indifeso come gli esseri viventi che
lo popolano. Ma la storia ci insegna che il vivere come se Dio non
ci fosse, significa, in realtà, porre al
suo posto un idolo fatto da mani di uomo. È stato così per il popolo di Israele
con il vitello d’oro, durante i grandi totalitarismi del Novecento ed anche ora.
Si vuole aver fede in un “paradiso terrestre” che non ha Dio come salvatore,
bensì l’essere umano con la sua tecnica e la sua scienza.
Così l’Europa, per porre il
primato della sola ragione, ha ritenuto “ragionevole” rinchiudere la religione
dentro la sfera mitologica, oppio dei popoli o proiezione dei bisogni inconsci
ed irraggiungibili degli esseri umani, soprattutto dei più deboli e poco
intelligenti. Ma, facendo ciò, la nostra vecchia Europa si è fatta essa stessa promotrice
di ben altri miti, ai cui dogmi ha manifestato
e testimoniato fedeltà incondizionata. Primo fra tutti, oltre al mito gnostico
e scientista, che ha riempito le menti ma svuotato i cuori, vi è il mito
economico. Si è cercato in questi anni di conquistare il mondo attraverso la
logica della finanza, producendo così uno sfrenato arricchimento e benessere di
pochi a scapito di molti. In nome del guadagno e del profitto si sono abbattute
le frontiere, subito rialzate dinanzi alla sfida dell’accoglienza dell’altro, di
quell’impoverito accusato delle peggiori nefandezze ed avente l’unica colpa di
essere nato nel posto sbagliato. L’Europa ha così perseguito e proclamato il
mito del guadagno e del successo, liberandosi come una mongolfiera, da quelle
zavorre che le impedivano di spiccare il volo, tra esse la più pesante è quella
che ritenevano essere l’opprimente giogo della fede in un Dio che costringeva
l’uomo a vivere in uno stato buio di non maggiore età.
Ma il mito della ricchezza, ci
insegna la storia, ha una sorella gemella. Essa è il mito della potenza, il
quale però sta ora tradendo i suoi genitori, invertendo i ruoli di vittime e
carnefici. Si è sempre voluti essere i padroni della vita altrui, anzi i
detentori di quella sapienza che dice ciò che può essere ritenuta vita e ciò
che non è tale. Lo si è fatto con la tratta degli schiavi, lo si fa in medicina
con convegni, ricerche e studi, non finalizzati alla guarigione delle persone,
bensì alla veloce eliminazione di quelle ingombranti da sopportare, zavorre che
non permettono di far volare in alto la mongolfiera della nostra falsa libertà.
Ma la potenza è un personaggio strano. Essa non possiede occhi, è cieca, e,
addirittura, priva di un volto. Essa, per affermare se stessa, corre sulle
strade della vendetta, della violenza, della sofferenza e della morte e si
vende al miglior offerente.
Parigi così grida il bisogno e la
necessità di porre fino a queste mitologie, e sembra dire, con voce sprezzante,
all’essere umano del XI secolo di imparare nuovamente a rileggere la grammatica
con cui è scritto il senso ed il significato della sua esistenza. È il grande
racconto della creazione che oggi si fa vivo in mezzo a noi, quel mito tanto
disprezzato dalla civiltà contemporanea, nel quale la dignità della persona
come essere creato consisteva nel mettersi a servizio di quella “ecologia
integrale”, tanto cara a papa Francesco, apportatrice di rispetto, uguaglianza,
solidarietà. In essa e attraverso essa non pochi
ma tutti possono trovare risposta
ai loro bisogni.
Nella vicenda terribile di Parigi,
infatti, vi è un altro grido che rimane inascoltato e soffocato dalle logiche
del mondo, disprezzanti del sacro come del profano. È il grido di papa
Francesco innalzato durante l’incontro con i membri dell’Assemblea Generale
dell’Organizzazione delle Nazioni Unite lo scorso 25 settembre. Basta con la
guerra, con il proliferare delle armi e, in special modo, di quelle nucleari!!!
Un grido non soffocato dagli applausi ma dal silenzio gelido di un’Assemblea
che non condivideva quanto si andava affermando.
Ed allora quanto
accaduto a Parigi non è altro che il figlio di questo silenzio, una “Terza
Guerra Mondiale” generata dal perseguimento di un mito contrassegnato dalla
volontà di ricchezza e di potenza e che non tiene affatto conto di un Dio che
richiama l’essere umano alla responsabilità di riconciliarsi con la sua
dimensione di creatura, custode del mondo e di coloro che vi abitano.
venerdì 13 novembre 2015
Il Paradiso come "Regno della Possibilità"
Inizia domani sabato 14
novembre con la proiezione del film Paradiso
Perduto del regista messicano Alfonso Cuaròn presso il cinema Cityplex
Politeama di Terni l’XI edizione del film festival “Popoli e Religioni”
organizzato dall’Istituto di Studi Teologici e Storico-Sociali in
collaborazione con la Diocesi di Terni-Narni-Amelia ed il sostegno del Comune
di Terni, del Ministero per i beni e le attività culturali, la Regione Umbria,
la Fondazione Carit e il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Cultura.
Il tema del Paradiso si
mostra fin dall’inizio essere il fil
rouge dei quasi dieci giorni di eventi che si succederanno nella nostra
città ternana. Ma non solo. Esso è un tema centrale su cui riflettere a
trecentosessanta gradi all’interno della nostra società. Cosa significa aver
perso il paradiso? Cosa è il paradiso?
Esso è principalmente
il luogo delle relazioni e della fiducia la cui perdita non può generare altro
che il “non-luogo”. Il termine “paradiso”, infatti, proviene dalla lingua
persiana ed indica il “giardino recintato”, quel luogo in cui l’essere umano
delle religioni abramitiche era chiamato ad intessere relazioni ed alleanze
all’insegna del rispetto, della fiducia, della responsabilità e dell’aiuto
reciproco. Quella prospettata dal paradiso non è una visione ideale o utopica,
irrealizzabile ed irraggiungibile, ma una sfida e una provocazione rivolta a tutta
la società. Questa, oggi più che mai, dinanzi ai turbamenti procurati dalla
crisi economica, dalla immigrazione, dal disastro ambientale, si trova ad
essere continuamente pressato sotto le tentazioni dell’egoismo,
dell’individualismo e della sfiducia. Ha perso se stesso e non sa più trovare
una risposta al senso della sua vita o, addirittura, a porsi la domanda di
senso. Ha rotto tutte le alleanze, con sé, con gli altri, con l’ambiente e con
Dio rendendo anche il suo spazio vitale una terra inospitale, dalla quale
spesso è meglio fuggire via.
Il festival “Popoli e
Religioni” è una grande opportunità per Terni ed, in particolar modo, per i
giovani. A loro è affidato il compito e la responsabilità di accogliere la sfida di ricostruire il Paradiso
ripristinando proprio quelle alleanze che abbiamo purtroppo mandato in
frantumi, non ultima quella tra uomo e donna.
Per i giovani il
Paradiso rappresenta il “regno della possibilità”, quel regno strano e faticoso
ma comunque presente dentro ognuno dei nostri ragazzi. Un regno che urla i suoi
bisogni e che fin troppo spesso noi adulti non facciamo altro che soffocare,
sfruttando il più che possiamo e lasciando per loro in dono il meno possibile. I
giovani, invece, abitano il regno della possibilità nutrendo in sé il desiderio
di voler cambiare questo mondo che parla tanto di loro ma che al tempo stesso sembra
non aspettarsi niente da loro, questo mondo nel quale non si è unici, ma uno
fra i tanti, questo mondo che non ci vuole globalizzare ma omologare, questo mondo
che rifiuta il nostro essere persona per realizzare di noi degli androidi, dei
robot. Un mondo così, infatti, sarebbe, se già non lo è, il non-luogo dove
regna o regnerebbe solo l’interesse e la solitudine.
giovedì 12 novembre 2015
Preferisco nascere
La sentenza della Consulta che permette di
selezionare gli embrioni sani in caso di grave malattia trasmissibile geneticamente
non è arrivata imprevista: sono anni che viene denunciata quella che si ritiene
— ed effettivamente è — una contraddizione legislativa.
Lo scrive Lucetta
Scaraffia aggiungendo che finora lo stesso feto malato che non si poteva
eliminare a stadio embrionale poteva invece essere abortito secondo la legge
194. Naturalmente, sarebbe stato possibile — e auspicabile — risolvere la
contraddizione nel modo opposto, cioè eliminando la possibilità di effettuare
il cosiddetto “aborto terapeutico”, che già dal nome rivela l’imbarazzo e la
manipolazione: qui non si tratta di terapie per curare l’embrione malato, ma di
eliminazione. Le definizioni hanno il potere di cambiare il segno morale di
un’azione, e questa dicitura ha la pretesa di rendere non solo giustificabile,
ma quasi encomiabile, questo tipo di aborto.
Oggi la contraddizione è stata cancellata da
una sentenza che permette l’eliminazione già in stadio embrionale, come al
solito cercando di alleggerire la gravità di questo atto prevedendo che questa
selezione si potrà effettuare solo nei
casi di gravi malattie. Ma sappiamo già che, come è stato per la legge 194, si
tratta di una severità facilmente aggirabile, anche solo invocando l’incapacità
psicologica della madre di accettare il figlio imperfetto qualora la malattia
non sia così grave in se stessa.
lunedì 9 novembre 2015
Ragione e sensibilità. Riflettere sul numero
A torto o a ragione, Piero Martinetti
(1872-1943) è considerato uno dei pensatori italiani più creativi del primo
Novecento. Indubbiamente, il filosofo piemontese si distinse per l’originalità
e persino per l’eccentricità, almeno per quell’epoca, di alcune sue scelte:
basti pensare ai suoi studi sulla razionalità degli animali o alla sua passione
per la più antica tradizione filosofica indiana, la Sākhya, che lo influenzò
nella sua opzione in favore del vegetarianismo e dell’animalismo. Lo scrive
Carlo Maria Polvani aggiungendo che strenuo oppositore della prima guerra
mondiale, nel 1923 Martinetti rinunciò alla nomina alla Reale Accademia dei
Lincei, nel 1925 non aderì né al Manifesto degli intellettuali fascisti di
Giovanni Gentile né al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto
Croce e, nel 1931, fu il solo filosofo universitario a rifiutarsi di firmare il
giuramento di fedeltà al fascismo. Bandito dall’insegnamento, diresse in vesti
officiose la «Rivista di filosofia» e scrisse Gesù Cristo e il Cristianesimo e
Il Vangelo, che furono messi all’indice dal 1937, in quanto riducevano la
figura di Gesù a quella di un maestro ebraico propositore di una dottrina
sapienziale e moraleggiante.
Questi atteggiamenti iconoclastici rendono
ancora più intrigante la decisione dall’editrice Castelvecchi di rieditare —
corredandolo da una interessante prefazione del professor Niccolò Argentieri —
un affascinante articolo che Martinetti pubblicò nel 1927 con il titolo Il
numero. L’obiettivo che il filosofo di Pont Canavese si prefissava in tale
breve saggio era quello di esplorare il concetto di numero da una prospettiva
genuinamente gnoseologica, ossia di indagare l’origine del linguaggio numerico
per capire se esso precedesse l’esperienza — e, quindi, era da ritenersi innato
all’uomo — o se esso derivasse dall’esperienza e, pertanto, era da considerarsi
di origine empirica.
sabato 7 novembre 2015
Il canto del "doctor subtilis"
Vissuto tra il 1265-1266 e il 1308, docente presso le università di Oxford e Parigi, Duns Scoto è uno dei grandi maestri della Scuola francescana. L’esperienza di vita e il suo pensiero filosofico- teologico sono testimonianza di un autentico umanesimo cristiano, fondato sul primato di Cristo e sull’eccellenza dell’incarnazione. Figura esemplare per rigore e onestà nella ricerca, filosofo che ha condotto la ragione metafisica ai vertici delle sue possibilità, teologo del primato di Cristo e difensore dell’immacolato concepimento di Maria, Duns Scoto è una di quelle menti eccezionalmente acute — tanto da meritare l’appellativo di doctor subtilis — che hanno contrassegnato la storia della filosofia e della teologia. «Lo spirito e l’ideale di san Francesco d’Assisi — scriveva Paolo VI nell’epistola Alma Parens (1966) — si celano e fervono nell’opera di Giovanni Duns Scoto, dove fa alitare lo spirito serafico del Patriarca Assisiate, subordinando al sapere il ben vivere». Filo conduttore della sua speculazione è la reciproca compenetrazione di ragione e fede, nella consapevolezza che tutte le verità, naturali e soprannaturali, in quanto promanano da un’unica fonte debbano essere in armonia tra di loro. L’eccellenza stessa della ragione umana la predispone a un perfezionamento superiore, che non la sminuisce, ma ne porta a compimento le istanze: gratia non vilificat, sed dignificat naturam. La metodologia di Scoto è stata sintetizzata con l’espressione Ora et cogita, cogita et ora, pregare pensando e pensare pregando; l’espressione riflette da una parte la concezione francescana del lavoro come dono e restituzione, dall’altra il principio del filosofare illuminato dalla fede. L’incarnazione, a giudizio di Duns Scoto, è l’opera più grande e sublime che Dio abbia potuto realizzare nell’universo; è il capolavoro di Dio (summum opus Dei), espressione suprema e garanzia di comunione tra finito e infinito. Come in san Paolo, non viene intesa come abbassamento, umiliazione di Dio che si fa uomo; è piuttosto l’esaltazione dell’uomo, assunto da Dio per essere più vicino a Lui e amarlo. In Cristo perciò acquista significato e compimento il desiderio umano di felicità e pienezza. La caratteristica che il maestro francescano sottolinea maggiormente di Dio è l’amore: con grande chiarezza egli afferma che Dio è “essenzialmente” a m o re , non solo nelle sue azioni, ma nel suo stesso essere. L’amore si diffonde dove Dio crea altri esseri, chiamati all’esistenza per essere co-amanti (condiligentes) ai quali comunicare la stessa vita divina, che è pienezza di bene, beatitudine e gioia. Scoto non medita l’infinito a partire dal finito, non parte dalla creazione e dal peccato quali cause dell’Incarnazione; punto di partenza della sua riflessione è l’amore libero e gratuito di Dio,che desidera donarsi e condividere la sua pienezza. Cristo è il primum volitum, predestinato da Dio come Colui che può perfettamente e pienamente ricevere e donare amore.
di Marcella Serafini
lunedì 2 novembre 2015
Il libro che ha cambiato la storia umana
"Se si vuole sottomettere e opprimere
qualcuno, l’ultima cosa da mettergli in mano è la Bibbia. È più rivoluzionaria,
più sovversiva di qualunque manifesto o ideologia politica. Perché? Perché la
Bibbia afferma, come abbiamo visto, che ciascuno di noi, senza eccezioni, è
creato a immagine di Dio.
Che sia ricco o povero, bianco o nero, istruito o
analfabeta, maschio o femmina, ciascuno di noi è creato a immagine di Dio e
questo è meraviglioso. Il nostro valore è intrinseco; lo troviamo, per così
dire, già confezionato in noi stessi. Tutte le discriminazioni si basano su
qualche attributo: la razza, il genere, l’orientamento sessuale, il grado di
istruzione, il livello di reddito. Ma questi attributi sono estrinseci; possono
essere variegati e noi restiamo umani; siamo umani con qualunque combinazione
dei precedenti attributi. La Bibbia dichiara esplicitamente e con forza che il
fatto che ci riempie di valore, di un valore infinito, è uno solo: che siamo
creati a immagine di Dio. Il nostro valore ci viene fornito con il nostro
stesso essere. È intrinseco e universale. Appartiene a tutti gli esseri umani,
indifferentemente". Così scrive Desmond Tutu, nello stralcio che
pubblichiamo tratto dal volume «Il mio Dio sovversivo» (Bologna, Emi, 2015,
pagine 144, euro 13). Quindi conclude
l’arcivescovo anglicano, premio Nobel per la pace nel 1984: "Se credessimo
veramente a quello che abbiamo affermato, che ogni essere umano senza alcuna
eccezione è creato a immagine di Dio, e quindi è un portatore di Dio, allora
qualunque maltrattamento di un altro essere umano ci farebbe inorridire, perché
è non solo ingiusto, ma anche oltraggiosamente blasfemo. È davvero come sputare
in faccia a Dio. Ecco dunque ciò che i missionari ci hanno portato: un libro
che è più radicale e più rivoluzionario di qualunque manifesto politico".
Iscriviti a:
Post (Atom)