«Ti senti alle strette.
Sogni l’evasione. Ma sta attento ai miraggi. Per evadere da te, non correre,
non fuggirti: scava piuttosto in questo angusto spazio che t’è dato: vi
troverai Dio e tutto. Dio non è un barlume al tuo orizzonte, Dio dorme nel più
profondo di te. La vanità corre, l’amore scava. Se fuggi fuori di te, la tua
prigione correrà con te e al vento della corsa ti si restringerà sempre più
attorno: se ti immergi in te stesso, essa si spalancherà e diverrà paradiso».
Si sacrifica l'essenza della fede ogni volta che si smarrisce la convinzione razionale del suo fondamento. La fede viene così ridotta ad essere una cieca credulità (Wolfhart Pannenberg)
lunedì 14 marzo 2016
Gustave Thibon: lo sguardo misericordioso
venerdì 11 marzo 2016
Giobbe e Vattimo davanti alla misericordia
Sono proseguiti l'11 marzo gli incontri filosofico-teologici del THE FILOSOFICO a Fornole, vicino Amelia (TR). Si è parlato questa volta del pensiero debole del filosofo contemporaneo Gianni Vattimo, mettendone in luce i pericoli e le derive, per poi entrare nel vivo del libro biblico di Giobbe. Riporto qui di seguito la sintesi di quanto si è detto su Giobbe:
4.
Il
personaggio di Giobbe (servo di Dio
ricco e felice) a ciò risponde con l’ ADERIRE A DIO NONOSTANTE TUTTO:
1.
Giobbe è capolavoro
letterario del V sec. a. C. appartenente ai LIBRI SAPIENZIALI: Gb, Prv, Qo,
Sir, Sap ai quali alcuni aggiungono impropriamente Sal e Ct
2.
Giobbe appartiene alla
MESOPOTAMIA, terra ricca di proverbi, favole, miti…racconti che posseggono una
sapienza NON solo RELIGIOSA:
a.
non
filosofica
b.
legata
all’esperienza umana
c.
che
si pone delle domande riguardanti:
i.
il destino degli
individui
ii.
l’arte del buon
vivere
iii.
la relazione tra
1.felicità
2.ordine cosmico
3.esperienza del fallimento
3.
Vi
è all’interno dei libri sapienziali il passaggio dall’UMANESIMO (di stampo
orientale) all’UMANESIMO DEVOTO (di stampo israelitico) il quale presenta il
problema della retribuzione personale da ricercare nelle risposte
terrene
4.
Il
personaggio di Giobbe (servo di Dio
ricco e felice) a ciò risponde con l’ ADERIRE A DIO NONOSTANTE TUTTO:
a.
Elifaz,
Zofar e Bildad sono tre eziologi per i quali vi è un legame tra
sofferenza terrena, peccato e punizione divina
b.
può un giusto
soffrire? la sua sofferenza è espiazione?
c.
Eliu
difende Dio, rimprovera Giobbe ma Dio lo azzittisce!!!
d.
Giobbe
si mostra PAZIENTE:
i.
lotta
per trovare Dio mentre si nasconde
ii.
nonostante
tutto continua a confidare in Dio e a crederlo buono
iii.
si
pone in un atteggiamento di silenzio ed ascolto (conversione[1])
e.
Giobbe
si mostra MISERICORDIOSO:
i.
prega
per i suoi amici ottenendo così il doppio
dello stato di prima
ii.
dona
l’eredità non solo ai figli maschi ma anche alle figlie
La resurrezione: realtà di Dio e speranza dell'uomo
E' in libreria il mio nuovo saggio:
Il Dio fedele
giovedì 10 marzo 2016
CORRI IN LIBRERIA!!!
IL DIO FEDELE
della TAU editrice:
La resurrezione
è soprammobile della fede cristiana o porta aperta sulla novità? La teologia ha
faticato a mantenersi all’altezza del mistero pasquale di Cristo. Ci si rende
conto che non si può farne a meno, ma finisce facilmente tra i silenzi
obbligati.
La resurrezione non fa share. Perché?
E’ un problema solo di credibilità? Eppure duemila anni di cristianesimo sono
la testimonianza più seria di una fede capace di scrivere la storia (dalla Prefazione di Bruno Bignami).
martedì 8 marzo 2016
Sfide all'identità
Pubblichiamo qui l'intervento che terrà la Vicepresidente del Comitato nazionale italiano per la bioetica, la filosofa LAURA PALAZZANI, al Convegno Internazionale che si terrà alla Pontificia Università Urbaniana di Roma (9-11 marzo 2016) dal tema: Oltre l'individualismo. Relazioni e relazionalità per ripensare l'identità.
La velocità, la
complessità, l’incertezza e la confusione degli ambiti tradizionalmente distinti
sono i caratteri costitutivi delle tecnologie che stanno aprendo un nuovo
capitolo della bioetica. Sono dette tecnologie emergenti o convergenti per
indicare il dinamismo e la sinergia tra settori scientifici precedentemente
separati — settori indicati nell’acronimo Nbic che include le nanotecnologie,
le biotecnologie, l’informatica e le scienze cognitive — che prospettano
un’innovazione ampia che potrà portare a una modificazione radicale dell’uomo e
della stessa umanità. Si parla di una rivoluzione tecnologica o di una nuova
ondata tecnologica. È un’ondata che sta seguendo due percorsi.
Il percorso dalla biologia alla tecnologia nella direzione di
una progressiva trasformazione tecnologica delle parti del corpo e della mente
fino all’esito estremo della costruzione di un uomo tecnologico. Si rompe il
confine tra naturale e artificiale con la progettazione di sensori o computer
indossabili che possono essere introdotti nel corpo e nel cervello per
trasmettere con sistemi informativi un’enorme quantità di dati, con impianti e
inserimenti di microchip nella corteccia cerebrale per scaricare i contenuti
della mente o caricare la mente di contenuti informatici trasferiti da
computer.
Viceversa, il percorso dalla tecnologia alla biologia con la
creazione di macchine simili agli organismi viventi, la costruzione di robot
umanoidi che possano interagire con l’uomo o interagire tra loro, la
progettazione di tecnologie che imitano l’umano e lo sostituiscono.
La rivoluzione tecnologica ha e avrà possibili applicazioni
estremamente diversificate. Alcune applicazioni in ambito medico per curare i
malati. Ne sono esempi l’interfaccia cervello-computer per pazienti
paralizzati, per controllare determinate azioni (comandare un braccio robotico
o una sedia a rotelle, sintetizzare un set definito di parole, scrivere con una
tastiera virtuale); la produzione di robot per la diagnosi clinica, la
chirurgia, l’assistenza; la riproduzione di modelli artificiali del cervello
umano per sostituire organi sensoriali (visione, udito, olfatto artificiale);
la progettazione di computer in grado di interpretare lo stato fisiologico
dell’utente e di esprimere emozioni per malati di autismo.
Le stesse tecnologie possono avere anche applicazioni in
ambito non medico, ossia in ambito ludico, sportivo o della vita quotidiana,
per scopi di potenziamento oltre la terapia, aumentando le capacità fisiche o
psichiche di individui sani. Si parla di nuove tecnologie intime (intimate
technologies) per descriverne la invasività: tecnologie non solo vicino a noi e
tra noi, ma anche come noi, su di noi e in noi.
Il dibattito teorico, agli inizi, ha delineato la
divaricazione tra i bio-ottimisti tecnofili che esaltano le tecnologie
emergenti e i bio-pessimisti tecnofobi che avanzano molte perplessità.
È indispensabile una riflessione che rimetta in gioco la
questione dei limiti di modificazione dell’uomo e della natura umana alla luce
della difesa della dignità umana, dell’integrità fisica e psichica, della
sicurezza, della libertà nei confronti della invasività tecnologica, della
possibilità di sviluppo della persona in condizioni di giustizia. Nella
convinzione che la fioritura umana autentica non consiste nell’accumulo di
risultati di eccellenza ottenuti artificialmente e tecnologicamente, ma consiste
nello sforzo personale, virtuoso, nella vita per la realizzazione di sé.
venerdì 4 marzo 2016
Galileo e la passione intellettuale
A quattro secoli di distanza dal primo
processo a Galileo, la Commissione Cultura della Camera dei Deputati e
il Pontificio Consiglio della Cultura hanno rievocato stamani quella
storica pagina con un convegno a Roma, al quale hanno partecipato, tra
gli altri, anche religiosi e autorevoli studiosi.
La scienza ha dunque una sua legittima autonomia, ma scienza e tecnologia – ha osservato il prof. Massimo Firpo, membro dell’Accademia dei Lincei – pongono serissime questioni morali. Il caso Galileo – ha aggiunto – è anche emblematico per comprendere la relazione tra Chiesa e storia:
"Il caso Galileo mi pare di riproporre ancora una volta la sua straordinaria modernità non solo nell’ambito - oggi più vivo che mai – del rapporto tra scienza e fede, ma in quello non meno sensibile del rapporto tra Chiesa e storia, tra una Chiesa che ovviamente è e non può non essere storia che si muove dentro la storia. Una Chiesa che cambia, evolve, talora si contraddice e, come nel caso di Galileo, sbaglia. È una Chiesa che in nome della verità di cui si sente depositaria, che giudica la stessa storia, cerca di indirizzarla, guidarla secondo i suoi criteri e i suoi valori. La bimillenaria durata storica della Chiesa è senza dubbio una ragione dell’autorevolezza delle Chiesa e del suo prestigio, della sua forza, della sua penetrazione sociale, della sua identità. Ma quella bimillenaria storia è anche un fardello che rischia, qualche volta, di diventare troppo pesante per traghettarlo tutto verso il futuro".
La passione per la conoscenza ha dunque segnato l’opera di Galileo. La sua non è la “vita raccolta di un pensatore assorto ma quella intensa e combattiva dell’innovatore che, conscio di una missione scientifica, deve sgombrare il campo dai pregiudizi e scontrarsi con istituzioni che rappresentano dottrine tradizionali”. Galileo – ha detto Flavia Piccoli Nardelli, presidente della Commissione Cultura della Camera – è l’emblema di una via nuova che si apre al metodo scientifico moderno:
“Galileo non è solo il simbolo della fisica moderna, di cui è unanimemente riconosciuto come uno dei padri fondatori, ma anche quello della passione intellettuale, dei suoi culmini e dei suoi limiti”.
La scienza ha dunque una sua legittima autonomia, ma scienza e tecnologia – ha osservato il prof. Massimo Firpo, membro dell’Accademia dei Lincei – pongono serissime questioni morali. Il caso Galileo – ha aggiunto – è anche emblematico per comprendere la relazione tra Chiesa e storia:
"Il caso Galileo mi pare di riproporre ancora una volta la sua straordinaria modernità non solo nell’ambito - oggi più vivo che mai – del rapporto tra scienza e fede, ma in quello non meno sensibile del rapporto tra Chiesa e storia, tra una Chiesa che ovviamente è e non può non essere storia che si muove dentro la storia. Una Chiesa che cambia, evolve, talora si contraddice e, come nel caso di Galileo, sbaglia. È una Chiesa che in nome della verità di cui si sente depositaria, che giudica la stessa storia, cerca di indirizzarla, guidarla secondo i suoi criteri e i suoi valori. La bimillenaria durata storica della Chiesa è senza dubbio una ragione dell’autorevolezza delle Chiesa e del suo prestigio, della sua forza, della sua penetrazione sociale, della sua identità. Ma quella bimillenaria storia è anche un fardello che rischia, qualche volta, di diventare troppo pesante per traghettarlo tutto verso il futuro".
La passione per la conoscenza ha dunque segnato l’opera di Galileo. La sua non è la “vita raccolta di un pensatore assorto ma quella intensa e combattiva dell’innovatore che, conscio di una missione scientifica, deve sgombrare il campo dai pregiudizi e scontrarsi con istituzioni che rappresentano dottrine tradizionali”. Galileo – ha detto Flavia Piccoli Nardelli, presidente della Commissione Cultura della Camera – è l’emblema di una via nuova che si apre al metodo scientifico moderno:
“Galileo non è solo il simbolo della fisica moderna, di cui è unanimemente riconosciuto come uno dei padri fondatori, ma anche quello della passione intellettuale, dei suoi culmini e dei suoi limiti”.
Tommaso d'Aquino
Non è per una certa forza d’inerzia intellettuale che
possiamo parlare di attualità di san Tommaso d’Aquino. Solo che ancora pochi lo
studiano, ascoltandolo profondamente, come richiede un autore che misurava e
pesava le parole, impregnandole di riflessione.
Se è vero che san Tommaso non è
infallibile e che, accostato da vicino, mostra i suoi limiti e i suoi impacci
di linguaggio e di dottrina, la sua figura attrae in ogni caso e lascia quasi
tutti i pensatori irresistibilmente incantati. Ma come si presentava
l’Angelico? Il suo aspetto fisico colpiva i suoi contemporanei per la sua
solidità e armonia: «Procurava una grazia di consolazione spirituale»:
l’affermazione è di Jacques Maritain, che prosegue: «Quando san Tommaso passava
per i campi con i suoi compagni, si giravano meravigliati per la sua alta
statura. Era massiccio, bruno, robusto, diritto: aveva la carnagione color del
grano, la testa grande e un po’ calva». E lo distingueva una singolare capacità
di raccoglimento; gli era facile e abituale astrarsi dal mondo circostante, per
vivere «concentrato nel suo spirito», in una «densità di silenzio, circondato
solo dal mormorio della sua preghiera e del suo pensiero» e con una capacità di
lavoro enorme, che spiega la sua opera immensa in non lunghi anni di vita.
Era di nobile casato. Si direbbe che la sua vita e le sue
opere stesse in qualche misura lascino trasparire la signorilità delle sue
origini. Dante nel Paradiso parlerà dell’«infiammata cortesia di fra Tommaso» e
del suo «discreto latino» o lucido e chiaro discorso (xii, 143-144). Da
fanciullo Tommaso soggiornò per una decina d’anni a Montecassino, e furono anni
fondamentali per la sua formazione
religiosa e letteraria: i suoi scritti e il suo spirito conservano chiare
tracce di quella iniziazione benedettina, sia nella sua dottrina sulla
contemplazione e sulla vita contemplativa, tanto debitrice al maestro per
eccellenza della contemplazione, il monaco e papa Gregorio Magno, sia, più
generalmente, nella concezione della teologia non solo come conoscenza
acquisita tramite lo “studio”, ma anche come esperienza del mistero (cfr. Summa
theologiae, I, 1, 6, 3m).
Tuttavia quella monastica non era la sua vocazione. Di
ritorno a Napoli avviene la decisione sconvolgente e rivoluzionaria nella vita
di Tommaso, «replica esatta» di quella di Francesco d’Assisi (Chenu). Nella
città universitaria Tommaso conosce i frati predicatori del convento che il
successore di san Domenico, Giordano di Sassonia, vi aveva fondato nel 1231, e
nell’aprile del 1244 riceve l’abito domenicano. La scelta non poteva essere più
sorprendente e contestatrice. Il nobile d’Aquino al prestigioso ordine
monastico benedettino predilige un ordine mendicante, sorto da poco dal
risveglio evangelico del suo tempo; un ordine votato alla povertà, senza
possedimenti e sicurezze, non protetto dentro i chiostri, ma destinato alla
predicazione e all’insegnamento nel cuore della città, nelle università, dove
ferve la cultura nuova, con la quale la scienza sacra, senza perdere la sua
identità, è chiamata a confrontarsi.
Quello dei predicatori appare al giovane d’Aquino un ideale
insuperabile di vita. Lo insegnerà nella Summa theologiae, trovandone il
modello in Cristo stesso, a colloquio con il quale trascorrerà la vita,
definendolo la ragione delle sue ingenti fatiche di teologo, il tema del suo
insegnamento e il premio di tutto il suo lavoro. Scriverà: «La vita attiva con
la quale uno, predicando e insegnando, comunica agli altri le verità
contemplate è più perfetta della vita in cui si contempla soltanto, in quanto
presuppone l’abbondanza della contemplazione. E così Cristo scelse questo
genere di vita» (Summa theologiae, III, 40, 1, 2m). La sua opera di teologo consisterà
esattamente nel «trasmettere agli altri quanto si è contemplato» (ivi, II-II,
189, 6, c.).
di Inos Biffi
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