lunedì 14 marzo 2016

Gustave Thibon: lo sguardo misericordioso

Risultati immagini per gustave thibonSabato 12 marzo abbiamo riflettuto con i giovani e i ragazzi dell'Azione Cattolica di Terni a partire da questo testo appartenente al "filosofo contadino" Gustave Thibon (1903 - 2001):



«Ti senti alle strette. Sogni l’evasione. Ma sta attento ai miraggi. Per evadere da te, non correre, non fuggirti: scava piuttosto in questo angusto spazio che t’è dato: vi troverai Dio e tutto. Dio non è un barlume al tuo orizzonte, Dio dorme nel più profondo di te. La vanità corre, l’amore scava. Se fuggi fuori di te, la tua prigione correrà con te e al vento della corsa ti si restringerà sempre più attorno: se ti immergi in te stesso, essa si spalancherà e diverrà paradiso».

venerdì 11 marzo 2016

Giobbe e Vattimo davanti alla misericordia

Sono proseguiti l'11 marzo gli incontri filosofico-teologici del THE FILOSOFICO a Fornole, vicino Amelia (TR). Si è parlato questa volta del pensiero debole del filosofo contemporaneo Gianni Vattimo, mettendone in luce i pericoli e le derive, per poi entrare nel vivo del libro biblico di Giobbe. Riporto qui di seguito la sintesi di quanto si è detto su Giobbe:



1.     Giobbe è capolavoro letterario del V sec. a. C. appartenente ai LIBRI SAPIENZIALI: Gb, Prv, Qo, Sir, Sap ai quali alcuni aggiungono impropriamente Sal e Ct



2.     Giobbe appartiene alla MESOPOTAMIA, terra ricca di proverbi, favole, miti…racconti che posseggono una sapienza NON solo RELIGIOSA:



a.     non filosofica

b.     legata all’esperienza umana

c.      che si pone delle domande riguardanti:

                                                                                                                                     i.      il destino degli individui

                                                                                                                                   ii.      l’arte del buon vivere

                                                                                                                                iii.      la relazione tra

1.felicità

2.ordine cosmico

3.esperienza del fallimento



3.     Vi è all’interno dei libri sapienziali il passaggio dall’UMANESIMO (di stampo orientale) all’UMANESIMO DEVOTO (di stampo israelitico) il quale presenta il problema della retribuzione personale da ricercare nelle risposte terrene



4.     Il personaggio di Giobbe (servo di Dio ricco e felice) a ciò risponde con l’ ADERIRE A DIO NONOSTANTE TUTTO:



a.     Elifaz, Zofar e Bildad sono tre eziologi per i quali vi è un legame tra sofferenza terrena, peccato e punizione divina

b.     può un giusto soffrire? la sua sofferenza è espiazione?

c.      Eliu difende Dio, rimprovera Giobbe ma Dio lo azzittisce!!!



d.     Giobbe si mostra PAZIENTE:

                                                             i.      lotta per trovare Dio mentre si nasconde

                                                           ii.      nonostante tutto continua a confidare in Dio e a crederlo buono

                                                        iii.      si pone in un atteggiamento di silenzio ed ascolto (conversione[1])



e.      Giobbe si mostra MISERICORDIOSO:

                                                             i.      prega per i suoi amici ottenendo così il doppio dello stato di prima

                                                           ii.      dona l’eredità non solo ai figli maschi ma anche alle figlie






[1] Giobbe aveva maledetto la notte del suo concepimento e il giorno della sua nascita.

La resurrezione: realtà di Dio e speranza dell'uomo

E' in libreria il mio nuovo saggio:

Il Dio fedele


La resurrezione è un evento storico? Abbiamo delle prove a sua testimonianza? Sono attendibili? Quale immagine offre il Risorto del volto di Dio e dell'uomo contemporaneo? Quale rapporto con la verità scientifica? Quale rapporto tra fede e ragione?




giovedì 10 marzo 2016

CORRI IN LIBRERIA!!!

E' uscito oggi in libreria il mio nuovo saggio

IL DIO FEDELE

 della TAU editrice:



La resurrezione è soprammobile della fede cristiana o porta aperta sulla novità? La teologia ha faticato a mantenersi all’altezza del mistero pasquale di Cristo. Ci si rende conto che non si può farne a meno, ma finisce facilmente tra i silenzi obbligati. La resurrezione non fa share. Perché? E’ un problema solo di credibilità? Eppure duemila anni di cristianesimo sono la testimonianza più seria di una fede capace di scrivere la storia (dalla Prefazione di Bruno Bignami).

martedì 8 marzo 2016

Sfide all'identità

Pubblichiamo qui l'intervento che terrà la Vicepresidente del Comitato nazionale italiano per la bioetica, la filosofa LAURA PALAZZANI, al Convegno Internazionale che si terrà alla Pontificia Università Urbaniana di Roma (9-11 marzo 2016) dal tema: Oltre l'individualismo. Relazioni e relazionalità per ripensare l'identità.

La velocità, la complessità, l’incertezza e la confusione degli ambiti tradizionalmente distinti sono i caratteri costitutivi delle tecnologie che stanno aprendo un nuovo capitolo della bioetica. Sono dette tecnologie emergenti o convergenti per indicare il dinamismo e la sinergia tra settori scientifici precedentemente separati — settori indicati nell’acronimo Nbic che include le nanotecnologie, le biotecnologie, l’informatica e le scienze cognitive — che prospettano un’innovazione ampia che potrà portare a una modificazione radicale dell’uomo e della stessa umanità. Si parla di una rivoluzione tecnologica o di una nuova ondata tecnologica. È un’ondata che sta seguendo due percorsi.

Il percorso dalla biologia alla tecnologia nella direzione di una progressiva trasformazione tecnologica delle parti del corpo e della mente fino all’esito estremo della costruzione di un uomo tecnologico. Si rompe il confine tra naturale e artificiale con la progettazione di sensori o computer indossabili che possono essere introdotti nel corpo e nel cervello per trasmettere con sistemi informativi un’enorme quantità di dati, con impianti e inserimenti di microchip nella corteccia cerebrale per scaricare i contenuti della mente o caricare la mente di contenuti informatici trasferiti da computer.
Viceversa, il percorso dalla tecnologia alla biologia con la creazione di macchine simili agli organismi viventi, la costruzione di robot umanoidi che possano interagire con l’uomo o interagire tra loro, la progettazione di tecnologie che imitano l’umano e lo sostituiscono.
La rivoluzione tecnologica ha e avrà possibili applicazioni estremamente diversificate. Alcune applicazioni in ambito medico per curare i malati. Ne sono esempi l’interfaccia cervello-computer per pazienti paralizzati, per controllare determinate azioni (comandare un braccio robotico o una sedia a rotelle, sintetizzare un set definito di parole, scrivere con una tastiera virtuale); la produzione di robot per la diagnosi clinica, la chirurgia, l’assistenza; la riproduzione di modelli artificiali del cervello umano per sostituire organi sensoriali (visione, udito, olfatto artificiale); la progettazione di computer in grado di interpretare lo stato fisiologico dell’utente e di esprimere emozioni per malati di autismo.
Le stesse tecnologie possono avere anche applicazioni in ambito non medico, ossia in ambito ludico, sportivo o della vita quotidiana, per scopi di potenziamento oltre la terapia, aumentando le capacità fisiche o psichiche di individui sani. Si parla di nuove tecnologie intime (intimate technologies) per descriverne la invasività: tecnologie non solo vicino a noi e tra noi, ma anche come noi, su di noi e in noi.
Il dibattito teorico, agli inizi, ha delineato la divaricazione tra i bio-ottimisti tecnofili che esaltano le tecnologie emergenti e i bio-pessimisti tecnofobi che avanzano molte perplessità.
È indispensabile una riflessione che rimetta in gioco la questione dei limiti di modificazione dell’uomo e della natura umana alla luce della difesa della dignità umana, dell’integrità fisica e psichica, della sicurezza, della libertà nei confronti della invasività tecnologica, della possibilità di sviluppo della persona in condizioni di giustizia. Nella convinzione che la fioritura umana autentica non consiste nell’accumulo di risultati di eccellenza ottenuti artificialmente e tecnologicamente, ma consiste nello sforzo personale, virtuoso, nella vita per la realizzazione di sé.

venerdì 4 marzo 2016

Galileo e la passione intellettuale

A quattro secoli di distanza dal primo processo a Galileo, la Commissione Cultura della Camera dei Deputati e il Pontificio Consiglio della Cultura hanno rievocato stamani quella storica pagina con un convegno a Roma, al quale hanno partecipato, tra gli altri, anche religiosi e autorevoli studiosi.

La scienza ha dunque una sua legittima autonomia, ma scienza e tecnologia – ha osservato il prof. Massimo Firpo, membro dell’Accademia dei Lincei – pongono serissime questioni morali. Il caso Galileo – ha aggiunto – è anche emblematico per comprendere la relazione tra Chiesa e storia:
"Il caso Galileo mi pare di riproporre ancora una volta la sua straordinaria modernità non solo nell’ambito - oggi più vivo che mai – del rapporto tra scienza e fede, ma in quello non meno sensibile del rapporto tra Chiesa e storia, tra una Chiesa che ovviamente è e non può non essere storia che si muove dentro la storia. Una Chiesa che cambia, evolve, talora si contraddice e, come nel caso di Galileo, sbaglia. È una Chiesa che in nome della verità di cui si sente depositaria, che giudica la stessa storia, cerca di indirizzarla, guidarla secondo i suoi criteri e i suoi valori. La bimillenaria durata storica della Chiesa è senza dubbio una ragione dell’autorevolezza delle Chiesa e del suo prestigio, della sua forza, della sua penetrazione sociale, della sua identità. Ma quella bimillenaria storia è anche un fardello che rischia, qualche volta, di diventare troppo pesante per traghettarlo tutto verso il futuro".

La passione per la conoscenza ha dunque segnato l’opera di Galileo. La sua non è la “vita raccolta di un pensatore assorto ma quella intensa e combattiva dell’innovatore che, conscio di una missione scientifica, deve sgombrare il campo dai pregiudizi e scontrarsi con istituzioni che rappresentano dottrine tradizionali”. Galileo – ha detto Flavia Piccoli Nardelli, presidente della Commissione Cultura della Camera – è l’emblema di una via nuova che si apre al metodo scientifico moderno:
“Galileo non è solo il simbolo della fisica moderna, di cui è unanimemente riconosciuto come uno dei padri fondatori, ma anche quello della passione intellettuale, dei suoi culmini e dei suoi limiti”.

Tommaso d'Aquino

Non è per una certa forza d’inerzia intellettuale che possiamo parlare di attualità di san Tommaso d’Aquino. Solo che ancora pochi lo studiano, ascoltandolo profondamente, come richiede un autore che misurava e pesava le parole, impregnandole di riflessione. 
Vicente Salvador Gómez, «Apparizione della Vergine a Sant’Alberto Magno» (XVII secolo)
Se è vero che san Tommaso non è infallibile e che, accostato da vicino, mostra i suoi limiti e i suoi impacci di linguaggio e di dottrina, la sua figura attrae in ogni caso e lascia quasi tutti i pensatori irresistibilmente incantati. Ma come si presentava l’Angelico? Il suo aspetto fisico colpiva i suoi contemporanei per la sua solidità e armonia: «Procurava una grazia di consolazione spirituale»: l’affermazione è di Jacques Maritain, che prosegue: «Quando san Tommaso passava per i campi con i suoi compagni, si giravano meravigliati per la sua alta statura. Era massiccio, bruno, robusto, diritto: aveva la carnagione color del grano, la testa grande e un po’ calva». E lo distingueva una singolare capacità di raccoglimento; gli era facile e abituale astrarsi dal mondo circostante, per vivere «concentrato nel suo spirito», in una «densità di silenzio, circondato solo dal mormorio della sua preghiera e del suo pensiero» e con una capacità di lavoro enorme, che spiega la sua opera immensa in non lunghi anni di vita.
Era di nobile casato. Si direbbe che la sua vita e le sue opere stesse in qualche misura lascino trasparire la signorilità delle sue origini. Dante nel Paradiso parlerà dell’«infiammata cortesia di fra Tommaso» e del suo «discreto latino» o lucido e chiaro discorso (xii, 143-144). Da fanciullo Tommaso soggiornò per una decina d’anni a Montecassino, e furono anni fondamentali per la sua formazione religiosa e letteraria: i suoi scritti e il suo spirito conservano chiare tracce di quella iniziazione benedettina, sia nella sua dottrina sulla contemplazione e sulla vita contemplativa, tanto debitrice al maestro per eccellenza della contemplazione, il monaco e papa Gregorio Magno, sia, più generalmente, nella concezione della teologia non solo come conoscenza acquisita tramite lo “studio”, ma anche come esperienza del mistero (cfr. Summa theologiae, I, 1, 6, 3m).
Tuttavia quella monastica non era la sua vocazione. Di ritorno a Napoli avviene la decisione sconvolgente e rivoluzionaria nella vita di Tommaso, «replica esatta» di quella di Francesco d’Assisi (Chenu). Nella città universitaria Tommaso conosce i frati predicatori del convento che il successore di san Domenico, Giordano di Sassonia, vi aveva fondato nel 1231, e nell’aprile del 1244 riceve l’abito domenicano. La scelta non poteva essere più sorprendente e contestatrice. Il nobile d’Aquino al prestigioso ordine monastico benedettino predilige un ordine mendicante, sorto da poco dal risveglio evangelico del suo tempo; un ordine votato alla povertà, senza possedimenti e sicurezze, non protetto dentro i chiostri, ma destinato alla predicazione e all’insegnamento nel cuore della città, nelle università, dove ferve la cultura nuova, con la quale la scienza sacra, senza perdere la sua identità, è chiamata a confrontarsi.
Quello dei predicatori appare al giovane d’Aquino un ideale insuperabile di vita. Lo insegnerà nella Summa theologiae, trovandone il modello in Cristo stesso, a colloquio con il quale trascorrerà la vita, definendolo la ragione delle sue ingenti fatiche di teologo, il tema del suo insegnamento e il premio di tutto il suo lavoro. Scriverà: «La vita attiva con la quale uno, predicando e insegnando, comunica agli altri le verità contemplate è più perfetta della vita in cui si contempla soltanto, in quanto presuppone l’abbondanza della contemplazione. E così Cristo scelse questo genere di vita» (Summa theologiae, III, 40, 1, 2m). La sua opera di teologo consisterà esattamente nel «trasmettere agli altri quanto si è contemplato» (ivi, II-II, 189, 6, c.).
di Inos Biffi