L’interrogazione concernente la domanda sull’essenza della vita
è una preoccupazione molto antica nella storia dell’umanità. I filosofi greci,
come Eraclito e Aristotele, hanno tentato di tratteggiare le caratteristiche
fondamentali degli esseri viventi, anche se rimane il bisogno di possedere una
idea chiara e distinta di cosa sia la vita. La questione divenne centrale alla
fine del XVII secolo e nel secolo seguente, come reazione alla concezione
meccanicistica di Cartesio[1],
nella quale l’uomo era considerato composto di una res extensa e di una res
cogitans, comunicanti tramite la ghiandola pineale.
In queste brevi pagine cercheremo di analizzare come l’approccio
di Bergson abbia avuto lo scopo di essere una filosofia della vita capace di
oltrepassare il finalismo e il meccanicismo per giungere ad una visione della
vita in se stessa[2].
Come afferma il nostro filosofo questa filosofia vorrebbe rappresentarci il
mondo come un insieme armonico, anche se
«quest’armonia
è ben lungi dalla perfezione che le si attribuisce. Essa comporta non poche
discordanze, poiché ogni specie, anzi ogni individuo non trattiene,
dell’impulso globale della vita, che un certo slancio, e tende a utilizzare
quest’energia nel suo interesse esclusivo; in ciò consiste appunto l’adattamento. La specie e l’individuo non
pensano che a se stessi, donde un conflitto possibile con le altre forme della
vita. L’armonia non esiste, dunque, di fatto; essa esiste piuttosto di diritto»[3].
Bergson, più avanti, tratta di uno slancio comune che sarebbe lo
slancio originario[4],
entro il quale l’armonia deriva più da una ‘identità di impulso’ che da una
‘aspirazione comune’ e, per questo motivo, è inutile assegnare alla vita un
fine[5].
Parlare di progressione e di evoluzione suppone un punto di partenza da cui
muoversi per giungere ad un punto di arrivo.
La concezione bergsoniana della vita presenta la grande domanda
sul senso globale della vita, domanda analoga a quella della filosofia
classica, riformulata da lui in prospettiva positiva, partendo dai dati della
biologia[6].
Il nostro filosofo comprese che il concetto di vita non è affatto di natura
statica ma si fonda su quello di una evoluzione continua che attraversa la
materia. Come Bergson scrisse nella Energia
spirituale,
«Di
fronte a noi opera una forza che cerca chiaramente di liberarsi dei suoi freni,
e, inoltre, di superare se stessa, di dare per prima cosa tutto quello che ha,
e poi di dare più di quello che ha: come potremmo definire altrimenti lo
spirito? E in che cosa la forza spirituale, se essa esiste, si distinguerebbe
dalle altre, se non per la facoltà di trarre da sé più di quanto essa non
contenga? Ma bisogna tener conto degli ostacoli di ogni tipo che questa forza
incontra sul suo cammino. L’evoluzione della vita, dalle sue origini fino
all’uomo, richiama ai nostri occhi l’immagine di una corrente di coscienza che
s’insinua nella materia come per aprirvi un passaggio sotterraneo, fa dei
tentativi a destra e a sinistra, si spinge più o meno in avanti, la maggior
parte delle volte s’infrange contro la roccia, ma, almeno in una direzione,
riesce a passare e ricompare alla luce. Questa direzione è la linea evolutiva
che conduce all’uomo»[7].
In questo modo l’evoluzione della vita è differente per le
piante, per gli animali e per gli esseri umani, dato che la pianta si
caratterizza per la fissità e l’insensibilità e in ciò si differenzia
dall’animale[8].
Non solo. L’evoluzione della vita non può mai essere confusa né con una serie
di adattamenti a cause accidentali né con una mera realizzazione di un piano
dato in anticipo. L’evoluzione è una creazione continua, che appunto crea
progressivamente non solo diverse forme della vita, ma anche le idee che
consentono all’intelligenza di comprenderla ed esprimerla. Come sottolinea il
nostro filosofo,
«Non
assisteremo […] all’adempimento dettagliato di un piano. C’è, qui, qualcosa di
più e meglio che il realizzarsi di un progetto. Un piano costituisce il termine
che viene assegnato a un lavoro: esso conchiude l’avvenire configurandone la
forma. Mentre invece, dinanzi all’evoluzione della vita, le porte del futuro
restano sempre aperte. Essa è una creazione che si perpetua all’infinito grazie
a un movimento iniziale. Questo movimento costituisce l’unità del mondo
organico, unità feconda, d’una ricchezza infinita, superiore a quanto qualsiasi
intelligenza potrebbe sognare, poiché l’intelligenza stessa non è che uno dei
suoi aspetti o delle sue espressioni»[9].
Il
nostro breve elaborato vuole mostrare, tramite una lettura trasversale delle
opere, come in tutto l’impegno intellettuale del filosofo parigino, il tema
della vita possa essere considerato il fil
rouge del suo pensiero. Il nostro studio si suddivide in tre brevi
capitoli, nei quali si prende in esame la vita sia come evoluzione (capitolo I)
che come creazione (capitolo II), soffermandosi sulla morte solo alla fine
(capitolo III). Questo apparente sbilanciamento, in realtà è stata una nostra
scelta volontaria, che vuole porre in evidenza come, per Bergson, la morte
faccia parte della vita in senso pieno, dato che lo slancio vitale creativo non
termina in essa, ma prosegue nell’immortalità del ‘vivente cosciente’.
1. La vita come evoluzione
1.1 Il movimento
Siccome Bergson tratta della vita come
movimento evolutivo, possiamo supporre che egli intenda il movimento non come
un cambiamento continuo della posizione di un corpo dentro lo spazio, considerato
in funzione del tempo, nemmeno come il passaggio dalla potenza all’atto. Il
nostro filosofo afferma che la vita e il movimento sono legati insieme. La vita
è un’azione sempre crescente, la «vita in generale è la mobilità stessa»[10].
Proseguendo nella sua indagine Bergson concepisce gli esseri viventi come dei
mulinelli di polvere sollevati dal vento che passa, ossia quello spirito che
altro non è se non il ‘gran respiro della vita’. Se entriamo in questo mistero
della vita comprendiamo meglio come ogni essere vivente sia solamente un
termine di passaggio e come l’essenza della vita stia proprio nel movimento che
essa trasmette[11].
Si coglie, quindi, una specie di contrasto tra la vita in generale e le forme
in cui essa si manifesta. Come sottolinea proprio il Bergson, «l’atto
attraverso il quale la vita si avvia verso la creazione di una forma nuova, e
l’atto mediante il quale questa forma si disegna, sono due movimenti diversi e
spesso antagonisti»[12].
Viene abbandonata ogni concezione materialista della vita per evidenziare come
materia e vita siano due movimenti differenti non soltanto in natura ma anche
per grado. A questo proposito il filosofo nota che
«la
vita è un movimento, la materia è il movimento opposto, e l’uno e l’altro sono
movimenti unitari, in quanto la materia che forma un mondo è un flusso
indiviso, come pure indivisa è la vita che l’attraversa, ritagliandovi gli
esseri viventi. Di queste due correnti, la seconda è contraria alla prima, ma
tuttavia questa ne ricava egualmente qualcosa: ne risulta, tra esse, un modus vivendi che è appunto l’attività
organica»[13].
Viene
escluso, allora, sia il finalismo che il meccanicismo, dato che la vita è costituita
da manifestazioni imprevedibili. Invece, contrasta Bergson, «l’applicazione
rigorosa del principio di finalità, come quella del principio di causalità
meccanica, conduce alla conclusione che ‘tutto è dato’. I due principi
esprimono, nei loro linguaggi diversi, la medesima cosa, poiché rispondono alla
medesima esigenza»[14].
Per questo motivo, possiamo concludere che il filosofo voglia oltrepassare
questi due principi con la teoria della evoluzione.
1.2 La teoria della evoluzione[15]
Abbiamo
accennato anche precedentemente che la vita è essenzialmente cambiamento,
passaggio da un individuo ad un altro, da una specie ad un’altra, e dove è
fondamentale il movimento che trascende i viventi. Bergson considera la vita
nel suo insieme proprio come una evoluzione creatrice che «trascende la
finalità, se per finalità s’intende la realizzazione di un’idea concepita o
concepibile anticipatamente. Lo schema della finalità è dunque troppo ristretto
per la vita, considerata nella sua integralità»[16]. Per
quanto riguarda il senso e la direzione dell’evoluzione, possiamo trovare nella
sua analisi la divisione in due grandi regni, quello vegetale e quello animale. Questi due regni sono contemporaneamente
uniti e separati, poiché secondo Bergson la cellula vegetale e quella animale
derivano da un ceppo comune, a tal punto che i primi organismi viventi hanno
oscillato tra la forma animale e quella vegetale, partecipando ad entrambe.
Inoltre le tendenze evolutive proprie dei due regni, anche se sono divergenti,
coesistono ancora attualmente sia nell’animale che nella pianta, differendo
solamente per la proporzione. Comunque le due tendenze, implicantesi
reciprocamente soprattutto all’inizio, crescendo, si sono dissociate sempre più[17].
Questa
fu la prima grande scissione che si effettuò a partire dallo slancio vitale,
che avrebbe voluto attraversare la materia cercando d’ottenere il tutto in un
solo momento, cosa possibile solamente se la sua potenza fosse stata
illimitata. Lo slancio vitale, però, si ritrova finito e il movimento che esso
produce deve intessere una lotta vera e propria per l’evoluzione del mondo
organico. La vita può essere paragonata a questo slancio vitale, sostiene il
Bergson, sapendo, altresì, che quello che offriamo è solo una mera immagine,
dato che «La vita è, in realtà, di ordine psicologico, ed è proprio della
realtà psichica il comprendere una confusa pluralità di termini che si
compenetrano. Nello spazio, e certamente solo nello spazio, è possibile una
molteplicità distinta: in esso, un punto è assolutamente esteriore a un altro
punto»[18].
Se la vita è di ordine psicologico, conclude Minkoumou, ciò porta come
conseguenza che il vivere è un atto interiore che necessita il voler vivere
dentro il tempo che non è più qualificabile in termini matematici quanto in
termini di durata[19].
Concludendo
questo primo capitolo, possiamo dedurre che la vita è evoluzione e lo è secondo
varie direzioni: dalla vita vegetativa o statica[20],
alla via animale o mobile, alla vita umana od intelligente, parte dell’attività
indifferente che si determina con l’azione. Gli organi dell’azione sono i
risultati di una grande forza, di una grande energia, posta all’origine della
vita, una energia di ordine psicologico.
2. La vita come creazione
2.1 Teoria della vita
L’evoluzione,
per Bergson, non può essere spiegata meccanicamente, come, invece, il
positivismo pretendeva di sostenere; allo stesso tempo, non può nemmeno essere
pensata secondo una concezione finalistica, che prevede un piano già pronto
allo sviluppo della vita stessa, come un meccanicismo alla rovescia[21].
Nel sistema bergsoniano, come abbiamo già sottolineato, dobbiamo supporre un
principio semplice ed indiviso, paragonabile all’impronta lasciata da una mano
invisibile nella limatura del ferro[22].
La vita viene concepita, nel sistema del nostro filosofo, alla stregua della
manifestazione di uno slancio vitale, nulla a che vedere con la forma di un
progetto che l’evoluzione è chiamata ad attuare.
A
contatto con la materia l’evoluzione a volte si arresta, mentre altre volte si
sviluppa accrescendo la differenziazione della materia stessa. «Lo schema
evolutivo non è quello di una linea continua di progresso, bensì una
molteplicità di linee divergenti»[23],
che portano alla divisione tra l’inorganico e l’organico, che prelude alla
separazione dei vegetali dagli animali, ossia la divisione tra gli esseri
viventi che immagazzinano energia potenziale con la funzione clorofilliana e
quelli che usano quell’energia per farne movimento. All’interno degli animali
abbiamo, inoltre, altre linee divergenti: da un lato gli artropodi, gli insetti
e gli imenotteri e dall’altro i vertebrati, e in questo tra gli animali dotati
di istinto e l’uomo[24].
L’intelligenza stessa risulta allora essere «il prodotto di quel processo che,
dalle forme più elementari della vita, passando attraverso i vertebrati,
conduce all’uomo. La sua funzione originaria è perciò quella di favorire
l’adattamento e l’azione dell’uomo nel suo ambiente»[25]. L'evoluzionismo, dopo aver prodotto l'uomo,
non si ferma, ma procede nelle realizzazioni culturali umane e, proprio come
nelle evoluzioni dei viventi, anche in questo nuovo ambito troviamo elementi
più evoluti e altri più "arenati". In altre parole, all'uomo è dato
scegliere se far proseguire nel suo corso lo slancio vitale o se bloccarlo
dentro di sé[26].
L’atto
semplice che ha prodotto la vita si è diviso in una infinità di elementi e noi
«non
possiamo fare a meno di rappresentarci l’attività organica come una fabbricazione. Tuttavia, una cosa è
fabbricare e un’altra organizzare. La prima operazione è propria dell’uomo.
Essa consiste nel riunire parti di materia, tagliate in modo da poterle
inserire le une nelle altre così da ottenerne un’azione comune. Esse vengono
disposte, per così dire, attorno all’azione che ne è già il fulcro ideale. La
fabbricazione va, dunque, dalla periferia al centro, o, come direbbero i
filosofi, dal molteplice all’uno. Invece l’attività organica va dal centro alla
periferia. Essa inizia in un punto che è quasi un punto matematico, e si propaga
all’intorno in onde concentriche che vanno allargandosi sempre più»[27].
Quindi,
questo impulso iniziale, questo ‘slancio vitale’, risulta essere ciò che
solamente all’inizio rende l’evoluzione un processo unitario.
2.2 Il senso della vita
Passo dopo passo stiamo
venendo sempre più a prendere coscienza del perché Bergson giudicava inadeguate
le ipotesi finalistiche e meccanicistiche della evoluzione. Abbiamo riportato
nel paragrafo precedente, in nota, il testo della metafora del nostro filosofo
riguardante il movimento gestuale del moto della mano che deve attraversare la
limatura di ferro. Bergson ci sta proponendo di compiere un cammino inverso a
quello intrapreso dalle scienze sperimentali, evidenzia il Pessina, cercando di
ripensare alla cosmologia in analogia con la psicologia della durata[28],
dato che «Tutto ciò che al fisico e al geometra appare positivo diverrebbe […] interruzione o inversione della positività
vera che si dovrebbe definire in termini psicologici»[29].
Allo stesso modo non si
potrebbe comprendere appieno il senso della vita con processi argomentativi
inadeguati, come sono quelli della deduzione e dell’induzione, fortemente
legati alla categoria della spazialità. Tutto quello che concerne la
misurazione riguarda operazioni totalmente umane[30] e
spesso la scienza ritiene che nella natura vi sia un ordine che in realtà non è
presente, dato che esso esprime l’atteggiamento umano dinanzi alla realtà[31].
La
vita è un atto libero ed in quanto tale è imprevedibile a tal punto che è meramente
illusorio il pensare di poter determinare a priori un effetto sulla base della
conoscenza di quella che dovrebbe esserne la causa. Per questo motivo non
possiamo pensare la vita secondo un ordine finalistico, sostiene Bergson, ma
solo in analogia con l’atto libero dell’uomo[32].
Come lui stesso sostiene in una tra le pagine più dense della sua opera, Dio e la
creazione,
«è vita incessante, azione,
libertà. La creazione, così concepita, non è più un mistero, noi la
sperimentiamo in noi stessi quando agiamo liberamente. Che delle cose nuove
possano aggiungersi alle cose che già esistono è indubbiamente assurdo, poiché
la cosa è il frutto di una
solidificazione operata dal nostro intelletto, e non vi sono altre cose
all’infuori di quelle che l’intelletto ha costituito. Parlare di cose che si
creano significherebbe dunque attribuire all’intelletto più di quanto non
abbia: affermazione in se stessa contraddittoria, vuota e vana
rappresentazione. Ma che l’azione si accresca nel suo progredire, che essa crei
via via nel suo avanzare, è ciò che ognuno di noi può constatare quando si
guarda agire. Le cose si costituiscono grazie al taglio netto che l’intelletto
pratica, a un dato momento, in un fluire di questo genere; e ciò che appare
misterioso quando si confrontano tali sezioni tra loro, si chiarisce non appena
le si rinvia a questo fluire»[33].
Di questo movimento il
vertice lo si trova nell’uomo, poiché in lui la coscienza viene a trovare uno
sbocco rispetto alle altre forme di vita. Al di fuori dell’essere umano la
coscienza si è lasciata catturare nelle maglie della stessa rete dalla quale
voleva fuggire. Questo non accade nell’uomo per varie motivazioni, come la
superiorità del suo cervello, il linguaggio, la vita sociale. Questi tre, però,
non sono altro che la punta dell’iceberg della superiorità interiore della
persona, che si distingue dal mondo animale. In questo senso l’uomo può
veramente essere considerato il ‘termine’ e il ‘fine’ dell’evoluzione[34].
Comunque, è altrettanto
palese che tutta la molteplicità degli esseri viventi possiede un senso, che
rimanda al fatto che la vita è una unità molteplice e una molteplice unità, un
solo ed unico dinamismo che si differenzia continuamente[35].
Questa differenziazione si pone accanto all’idea di trasformazione, dato che
solamente la trasformazione di una specie è contraria per così dire all’energia
generale della vita. «L’evoluzione in generale si compirebbe il più possibile
in linea retta; ogni evoluzione particolare è invece un processo circolare»[36].
Se osserviamo attentamente una stessa specie ci accorgiamo che la vita non è
mai una ripetizione di un qualsiasi paradigma, poiché uno dei tratti
fondamentali della vita è proprio la mancanza di ripetizione. Scrive negli
inizi del Novecento, a questo proposito, Henri Bergson,
«[…]
la vita veramente vivente non dovrebbe mai ripetersi. Dove è ripetizione,
somiglianza completa, dobbiamo supporre un meccanismo funzionante dietro
l’essere vivente. Analizzate la vostra impressione innanzi a due volti che si
rassomigliano troppo: voi vedrete che penserete a due esemplari ottenuti con lo
stesso modello o a due impressioni dello stesso suggello, a due riproduzioni
della stessa negativa, infine a un procedimento di fabbricazione industriale»[37].
Il
dinamismo generale della vita creatrice sembra fissarsi e determinarsi
all’interno di una forma singolare. Nel primo capitolo del suo libro, troviamo
scritto che
«Se
tutto è immerso nel tempo, tutto muta interiormente, e la stessa realtà
concreta non si ripete mai. La ripetizione non è possibile, dunque, che
nell’astrazione: ciò che si ripete è qualche singolo aspetto che i nostri sensi
e soprattutto la nostra intelligenza hanno isolato dalla realtà, appunto perché
l’azione, in vista della quale l’intelligenza tende ogni suo sforzo, non può
muoversi che fra delle ripetizioni»[38].
Come
sottolinea il nostro filosofo poche righe dopo, «Noi non pensiamo il tempo reale»[39],
pur vivendolo, dato che la vita eccede i limiti della intelligenza. Mentre,
allora, il meccanicismo e il finalismo concentrano la loro attenzione solo sul
nucleo luminoso della materia, la prospettiva di Bergson desidera tener conto
del fatto che questo nucleo si è formato per via di condensazione e tenendo
conto di tutto il fluire:
«la
vita appare […] come un’immensa ondata che si propaga partendo da un centro e
che, sulla quasi totalità della sua circonferenza, si arresta, trasformandosi
in un movimento oscillatorio: in un solo punto l’ostacolo è stato forzato, e
l’impulso è passato liberamente. Di questa libertà è portatrice la forma umana.
Ovunque, fuorché nell’uomo, la coscienza si è vista ridurre entro un vicolo
cieco; con l’uomo soltanto essa ha proseguito il suo cammino. L’uomo continua
dunque indefinitamente il movimento vitale, anche se non trascina con sé tutto
ciò che la vita portava in se stessa»[40].
La vita è un flusso, come la coscienza, come la
durata, essa è invenzione continua, che può assumere nelle evoluzioni varie
direzioni, compresa quella vegetale, anche se è caratterizzata dall’inerzia e
non dal dinamismo. La via vegetativa si differenzia, quindi, dalla vita
animale, caratterizzata per il movimento, e dalla vita umana, caratterizzata
dall’intelligenza[41]. A questo proposito scrive Bergson che
«non si
dovrà più parlare della vita in generale
come d’una astrazione o come d’una semplice rubrica in cui s’iscrivano tutti
gli esseri viventi. A un certo momento, in determinati punti dello spazio, è
sorta una corrente ben visibile: questa corrente di vita, attraversando i corpi
che essa ha via via organizzato, passando di generazione in generazione, si è
divisa fra le specie e sparpagliata fra gli individui senza nulla perdere della
sua forza, anzi intensificandosi via via che avanzava»[42].
2.3 La coscienza e la
durata
Con il termine ‘vivente
cosciente’ Bergson designa in maniera esclusiva l’essere razionale, che è
soggetto morale, in quanto è in grado di rendere conto dei suoi atti compiuti.
Leggendo le pagine de L’evoluzione
creatrice scopriamo come il nostro filosofo compia una similitudine tra la
coscienza e il lume e tra la coscienza e la scelta[43]. Anche
nell’essere umano, però, la coscienza può essere molto intensa o nulla, a
seconda dell’azione reale che segue a quella virtuale. Se, infatti, a molte
azioni possibili non deriva nessuna azione reale (come nel caso di una
deliberazione che non ha effetto) la coscienza è intensa, mentre se l’azione
reale è la sola azione possibile (come nel caso del sonnambulo), la coscienza è
proprio nulla. Da ciò, Bergson conclude che sia possibile «definire la coscienza dell’essere vivente come una differenza
aritmetica fra l’attività virtuale e l’attività reale. Essa misura il distacco
fra la rappresentazione e l’azione»[44].
Per essere maggiormente schematici ma anche altrettanto chiari, il nostro
autore sottolinea che è proprio della coscienza l’intelligenza, invece
l’istinto dell’incoscienza.
All’interno
dell’universo ci troviamo di fronte ad una molteplicità di organizzazione e di
coesistenze. Le idee, a questo riguardo, diventano quelle strutture che
permettono la partecipazione di enti diversi all’unità,
«La parola εῖδος, che qui
traduciamo con idea, ha infatti questo triplice significato. Essa indica: 1°)
la qualità; 2°) la forma o essenza; 3°) il fine o disegno dell’atto che si compie, cioè, in fondo, il disegno dell’atto considerato come
compiuto. Questi tre punti di vista sono
espressi dall’aggettivo, dal sostantivo e dal verbo, e corrispondono alle tre
categorie essenziali del linguaggio»[45].
Possiamo, allora, riprendere
in mano il significato del termine εῖδος per ipotizzare una migliore traduzione
rispetto a quella corrente in ambito filosofico. Bergson propende a tal
riguardo per ‘veduta’, o, meglio ancora, per ‘momento’[46].
In questo modo, ossia riconducendo le cose alle Idee, Bergson risolve il
divenire scomponendolo nei suoi momenti fondamentali colti nella eternità e
sottratti alla legge del tempo. Scrive il nostro filosofo che «si arriva alla
filosofia delle Idee quando si applica il meccanismo cinematografico
all’analisi del reale»[47].
È la materia a dare il
via al divenire universale, come un inafferrabile nulla che scivola tra le Idee
immutabili provocando una agitazione senza fine e una inquietudine eterna,
simile al sospetto che si insinua tra due cuori innamorati. Tramite la
filosofia delle Idee possiamo così giungere ad avere una concezione della durata[48],
definita dal nostro autore come la vita stessa delle cose, la realtà
fondamentale, a tal punto che l’eternità può essere vista non come una cosa
astratta posta al di sopra del tempo, bensì come il suo fondamento. La
filosofia delle Idee, quindi, è in grado di stabilire tra l’eternità e il tempo
un rapporto paragonabile a quello che ci può essere tra una moneta d’oro ed una
moneta spicciola[49].
La coscienza coglie immediatamente
il tempo come durata. E durata vuol dire che l'io vive il presente con la
memoria del passato e l'anticipazione del futuro, «La freccia del tempo esiste
in quanto il tempo possiede un’esistenza indipendente dalla materia. È
ontologicamente primario»[50].
3. La visione della morte
3.1 L’immortalità dell’anima
Come sostiene nel suo
articolo Matteo Perrini, Bergson non ci tiene affatto ad elaborare una qualche
prova concernente l’immortalità dell’anima[51].
L’analisi del nostro filosofo francese si scontra con la tradizione filosofica
antica, in particolar modo con quella platonica[52], che
viene da lui stesso condannata ed osteggiata con queste parole:
«Si può, con Platone, porre a priori una definizione dell’anima che
la faccia indecomponibile perché è semplice, incorruttibile perché è
indivisibile, immortale in virtù della sua essenza. Da qui si passerà, per via
di deduzione, all’idea di una caduta delle anime nel Tempo, poi a quella di un
rientro nell’Eternità. Che cosa rispondere a colui che contesterà l’esistenza
dell’anima così definita? E i problemi relativi ad un’anima reale, alla sua
origine reale, al suo destino reale, come potrebbero essere risolti secondo la
realtà, o anche posti in termini di realtà, allorché si è semplicemente
speculato su una concezione forse vuota dello spirito o, mettendo le cose al
meglio, avendo precisato convenzionalmente il senso della parola che la società
ha inscritto su una cesura della realtà, praticata per la comodità della
conversazione? Così l’affermazione resta sterile, tanto quanto la definizione
era arbitraria. La concezione platonica
non ha fatto avanzare di un passo la nostra conoscenza dell’anima, malgrado
duemila anni di meditazione su di essa. Era definitiva come quella del
triangolo, e per le stesse ragioni. Tuttavia, come non vedere che se c’è
effettivamente un problema dell’anima è in termini d’esperienza che dovrà
essere posto, in termini d’esperienza che sarà progressivamente, e sempre parzialmente,
risolto?»[53].
Stiamo all’interno
della parte che Bergson dedica ne Le due
fonti alla religione dinamica, ossia alla mistica, che mette sotto silenzio
ogni filosofia che voglia parlare di Dio a partire dai dati dell’esperienza,
deducendone la sua esistenza o la sua non esistenza. In realtà Dio può essere
considerato come «un’energia senza limiti assegnabili, una capacità di creare e
di amare che supera ogni immaginazione»[54].
Ogni problema riguardante l’al di là andrebbe affrontato con questa metodologia,
dato che l’esperienza sensibile ci testimonia sempre più come siano
insufficienti le spiegazioni fisiologiche della memoria[55].
L’esistenza di un’anima diviene allora possibile e probabile, proprio come
qualcosa indipendente dal corpo. A questa esperienza dal basso si congiunge
l’esperienza dall’alto, ossia quella della intuizione mistica, come
partecipazione all’essenza divina.
Bergson,
quindi, a partire dal rapporto tra il cervello e il pensiero cerca di ripensare
la vita oltre la morte come una prospettiva ben fondata:
«Più
ci abitueremo a quest’idea di una coscienza che oltrepassa l'organismo, più
troveremo naturale che l'anima sopravviva al corpo. Certo, se il mentale fosse
rigorosamente calcato sul cerebrale, se nella coscienza di un uomo non ci fosse
niente di più di ciò che è iscritto nel suo cervello, potremmo ammettere che la
coscienza segua il destino del corpo e muoia con esso. Ma se i fatti, studiati
indipendentemente da ogni sistema, ci conducono al contrario a considerare la
vita mentale come qualcosa di molto più vasto della vita cerebrale, la
sopravvivenza diventa tanto probabile che sarà colui che la nega, piuttosto che
colui che l’afferma a essere obbligato a fornire una dimostrazione […]»[56].
Concludendo Le
due fonti Bergson ribadisce come l’attività dello spirito presenti un
concomitante materiale che ne delinea solamente una parte, trascurando quella
che rimane nell’inconscio dell’essere umano[57].
Lo scienziato non può essere meramente identificato solo con il fisico, che
pone la sua fiducia nella materia sicuro che essa non lo inganni. L’uomo di
scienza non può considerare tutto ciò che concerne la ricerca psichica come
inverosimile ed impossibile, eliminando ogni relazione tra l’organismo e la
coscienza, il corpo e lo spirito. Abbiamo in noi una ‘viva ed attiva credenza’ nell’al di là, troppo
confinata però in una sfera verbale, astratta ed inefficace. Per questo motivo
l’uomo si getta letteralmente nel piacere, vedendo in esso null’altro che un
mezzo per schernire la morte[58]. Sottolinea
Bergson,
«se
noi fossimo sicuri, assolutamente sicuri di sopravvivere, non potremmo più
pensare ad altro. I piaceri rimarrebbero, ma scialbi e scoloriti, perché la
loro intensità era soltanto l’attenzione che fissavano su di essi.
Impallidirebbero, come la luce delle nostre lampade al sole del mattino. Il
piacere sarebbe eclissato dalla gioia. Gioia sarebbe infatti la semplicità di
vita che propagherebbe nel mondo un’intuizione mistica diffusa, ancora gioia
quella che seguirebbe automaticamente una visione dell’al di là in
un’esperienza scientifica allargata»[59].
Conclusione
L’analisi condotta in queste davvero brevi pagine ci
ha permesso di avere un quadro generale e sommario sulla questione filosofica
riguardante la vita percorsa da Henri Bergson. Abbiamo potuto rileggere la vita
sia analizzando la dimensione corporale dell’uomo che quella spirituale. La
vita umana consiste fondamentalmente nell’unione dell’anima col corpo come
un’unione di due sostanze; se viene a mancare una delle due non si può più
parlare di vita bensì di morte.
La
coscienza che l’uomo possiede della vita, lo porta a considerare quest’ultima
non tanto come un semplice concetto, piuttosto come un’esperienza
caratterizzata da gioie e pene, difficoltà e successi, sofferenze e dolore. La
vita diviene un mistero per l’intelligenza stessa, mistero inquadrabile dentro
la categoria della creazione. In questo modo, abbiamo visto come Bergson abbia
saputo controbattere il meccanicismo e il determinismo proprio a partire dalla
novità che lo slancio vitale ha immesso all’interno della creazione. L’uomo
dona senso al mondo, dona il fine alla creazione. Mostrando, infatti, la
diversa direzione che prende lo slancio vitale tra la creazione di una pianta,
di un animale e dell’uomo, il nostro filosofo ci ha fatto comprendere che la
vita dell’essere umano è sacra, che i valori della vita sono immutabili.
Comunque l’uomo ha la capacità di modificare il suo rapporto con l’ambiente
intervenendo sul suo stile di vita, ma non di creare la vita. La vita dell’animale
non potrà mai essere assimilata a quella dell’uomo, l’animale, infatti, non fa
filosofia; l’uomo vive usando la sua ragione e la sua libertà, mentre l’animale
solo secondo le sue necessità. L’uomo è un essere spirituale capace di
riflettere, avente una coscienza, cosa di cui l’animale è privo.
Nella vita umana,
quindi, è centrale il rapporto con lo spirito: l’essere umano è allo stesso
tempo corpo e spirito. Nel pensiero bergsoniano la vita umana viene
considerata, quindi, un’esperienza che raggiunge la sua pienezza nel rapporto
con il proprio Creatore.
La filosofia spirituale
di Bergson si apre, come abbiamo più volte sottolineato, all’apporto della
psicologia e della scienza, ponendo degli accenti fortemente interessanti anche
per il nostro contesto culturale contemporaneo, ricaduto nel determinismo
meccanicistico di una certo tipo di prospettiva scientifica. L’apertura
dinamica, che ci viene offerta nelle pagine analizzate in questo elaborato, ci
chiama ad ulteriori approfondimenti, aventi lo scopo di riqualificare la
centralità dell’essere umano. Sarebbe altresì interessante approfondire come le
tematiche evidenziate dal nostro filosofo siano state rilette sia dai suoi
interlocutori contemporanei parigini (in particolar modo ci riferiamo alla scuola
esistenziale di Sartre e agli esponenti della cultura ebraica), sia da quelli
tedeschi della scuola fenomenologica di Husserl, così come dall’ambiente
dell’empirismo inglese, di cui ci sembra provenire numerose influenze, come la
centralità dell’esperienza nella conoscenza, la critica alla relazione
causa-effetto, la simpatia, la forza dell’abitudine, che sorregge la società
chiusa.
Lasciamo aperte,
quindi, questi percorsi di riflessione ed approfondimento per ricerche future,
che permettano sicuramente oltremodo di rendere omaggio alla mole di un
pensatore di grande rilievo nella nostra cultura europea, quale è stato Henri
Bergson.
[1] Cfr. A. Minkoumou, Le
concept de la vie chez Henri Bergson, PUU, Roma 2009, p. 65.
[2] Cfr. H. Bergson, L’evoluzione
creatrice, Fabbri, Milano 1966, p. 91.
[3] Ibidem.
[4] «la vita, fin dalle sue origini,
è la continuazione di un solo e identico slancio che si è suddiviso, nel corso
della sua evoluzione, in direzioni divergenti» (ivi, p. 94).
[5] «Parlare d’un fine significa
pensare a un modello preesistente, che ha solo da realizzarsi. Vuol dire dunque
supporre, in sostanza, che tutto è dato, che l’avvenire si potrebbe leggere nel
presente. È credere che la vita, nel suo movimento e nella sua totalità,
proceda come la nostra intelligenza, la quale non è che una prospettiva
immobile e frammentaria presa su di essa, e si pone sempre naturalmente fuori
del tempo. La vita invece progredisce nella durata» (ivi, pp. 91-92).
[6] Cfr. A. Massarenti (a cura di), Bergson, Il Sole 24 ORE, Milano 2006, p. 111.
[7] H.
Bergson, L’energia spirituale,
Raffaello Cortina, Milano 2008, pp. 17-18.
[8] Cfr. Id., L’evoluzione,
p. 156. Poche pagine prima il filosofo annotava che troviamo «Da una parte il
mondo delle piante con la sua fissità e la sua insensibilità, dall’altra gli
animali con la loro mobilità e la loro coscienza» (ivi, p. 151).
[9] Ivi, p. 143.
[11] Cfr. Ivi, pp. 164-165.
[12] Ivi, p. 165.
[13] Ivi, p. 278.
[15] La teoria di Bergson si
distingue nettamente da quella di Darwin, in quanto è carica di spiritualismo e
presuppone quasi una lotta perenne tra lo slancio vitale e la materia inerte
che lo frena. Anche la divergenza con la dottrina di Spencer è molto evidente,
dottrina giudicata dal nostro filosofo troppo meccanica.
[16]Ivi, p. 254. Jean Guitton,
rileggendo analiticamente queste pagine di Bergson, ebbe modo di scrivere che
«La materia è una ricaduta dello spirito, e non una sorgente creatrice come
pretende il materialismo […]. Lo slancio della vita è in marcia verso la
libertà, verso la spiritualità […]. Questo slancio incontra, insieme come
ostacolo e come strumento, la ricaduta della materia. Le specie vegetali e
animali rappresentano delle forme di compromesso in cui più o meno si
insabbiandola vita e la coscienza. Ma l’originario slancio creatore non si
lascia imprigionare mai. Esso giunge parzialmente a liberarsi allorché
dall’animalità emerge a un tratto l’umanità: fa allora la sua comparsa un
essere capace di un progresso indefinito, che possiede il potere di creare, per
mezzo della sua intelligenza, ogni sorta di strumenti meccanici, mentre, grazie
alla sua intuizione, esso attinge alla sorgente stessa della creazione» (La vita e l’opera di Henri Bergson, in Bergson, L’evoluzione, p. 36). Per un’ulteriore analisi rimandiamo al
Convegno tenutosi a Lecce presso l’Università del Salento il 5 maggio 2007 e le
cui relazioni si possono leggere in G.
Invitto (a cura di), Bergson, l’évolution
creatrice e il problema religioso,
Mimesis, Milano 2007.
[17] Cfr. Bergson, L’evoluzione,
pp. 150-151. Sottolinea Bergson che «Lungo il cammino sul quale l’animale si è
evoluto, innumerevoli fallimenti si sono verificati, defezioni dovute in gran
parte a consuetudini parassitarie; sono altrettante deviazioni verso la via
vegetativa. Quindi, tutto ci fa supporre che il vegetale e l’animale discendano
da un comune antenato, che riuniva in sé, allo stato nascente, le tendenze di
entrambi» (ivi, p. 151).
[18] Ivi, pp. 284-285.
[19] Cfr. Minkoumou, Le concept,
p. 76.
[20] Le piante
possono essere considerate come un accumulo di energia, l’energia del sole che
giunge sulle foglie e viene assunta dalla pianta stessa. L’energia della pianta
verrà usata dall’uomo come cibo, come vestiti e come riscaldamento. Potremmo allora
sostenere che tra l’uomo e la natura vi è una differenza data da una diversità
ma non da un’inimicizia. La vita presente nel mondo può essere vista come uno
slancio vitale che segue una certa direzione sia verso la mobilità e la
coscienza che verso l’immobilità. Le due direzioni pur essendo diverse si
agganciano e nell’uomo vi è un salto che è anche il rischio della novità e
della gratuità della creazione. La pianta è un umile essere vivente e come
scrive Bergson, «Nel più umile degli esseri viventi, il nutrimento esige una
ricerca, poi un contatto, infine una serie di sforzi convergenti verso un
centro: questo centro diventerà precisamente l’oggetto indipendente che deve
servire da nutrimento» (H. Bergson,
Materia e memoria. Saggio sulla relazione
tra il corpo e lo spirito, Laterza, Bari 1996, p. 167).
[21] Cfr. A. Pessina, Introduzione
a Bergson, Laterza, Bari 2010, p. 41.
[22] Cfr. V. Mathieu, “Bergson”, in Dizionario dei filosofi del Novecento, Leo S. Olschki, Città di
Castello 1985, p. 60. Bergson, più precisamente, così scrive «Ma abbiamo
supposto che la mano non incontrasse alcuna resistenza. Immaginiamo che, invece
di muoversi nell’aria, la mia mano debba attraversare della limatura di ferro
che si comprime e resiste man mano che procedo. A un certo punto la mia mano
avrà esaurito il suo sforzo, e in quel momento preciso i granelli di limatura
si saranno disposti e coordinati in una forma determinata, appunto quella della
mia mano che si arresta e di una parte del braccio. Ora, supponiamo che la mano
e il braccio siano rimasti invisibili. Coloro che osservano cercheranno negli
stessi granelli di limatura e nelle forze insite nell’intera massa le ragioni
che giustifichino tale disposizione. Gli uni ricondurranno la posizione di ogni
granello all’azione che su di esso esercitano i granelli vicini: e saranno
meccanicisti. Gli altri pretenderanno che un disegno superiore abbia presieduto
allo svolgersi di queste minute azioni elementari: e saranno finalisti. Ma la
verità è che v’è stato semplicemente un atto indivisibile, quello della mano
che attraversava la limatura: l’inesauribile suddivisione del movimento delle
singole particelle, come pure l’ordine in cui si trovano la loro disposizione
definitiva, esprime in un certo senso negativamente quel movimento unitario, in
quanto rappresenta la forma globale di una resistenza, e non una sintesi di
azioni positive elementari» (L’evoluzione,
p. 132).
[23] Ibidem.
[24] Come evidenzia Pessina,
«L’istinto degli insetti e l’intelligenza umana rappresentano le due massime modalità
di relazione di questi viventi con il loro ambiente. Sia l’istinto, sia
l’intelligenza sono funzionali alla vita: ma, mentre l’istinto pone il vivente
in diretto contatto con ciò che gli è utile, e gli permette di usare la materia
come uno strumento, l’intelligenza porta l’uomo a fabbricarsi i propri
strumenti per poter intervenire sulla materia […]. Ma, se è vero che
costitutivamente l’uomo è faber, si
deve aggiungere che è anche potenzialmente sapiens:
sia perché l’esercizio della sua intelligenza lo conduce, a differenza di
quanto avviene nei viventi immersi nell’istinto, ad una progressiva
emancipazione dal suo ambiente, sia perché l’intelligenza stessa ha in sé la
capacità di superare il proprio schematismo funzionale. Secondo Bergson,
infatti, mentre l’istinto possiede l’innata capacità di cogliere le cose,
l’intelligenza ha un’innata propensione a conoscere i rapporti tra le cose» (Introduzione, p. 48).
[25] Ivi, p. 42. Nell’analisi che compie Bergson nella Evoluzione creatrice, la teoria della
conoscenza e la teoria della vita diventano inseparabili l’una all’altra
secondo un carattere circolare. La teoria della conoscenza è altresì chiamata a
porre l’intelligenza all’interno della evoluzione generale della vita per
comprendere sia come si sono costituiti i quadri della conoscenza sia come essi
si possono allargare ed oltrepassare.
[26] Ciò traspare in particolar modo
dalla contrapposizione tra società chiuse e società aperte. La società chiusa è quella autoritaria, in
cui l'uomo è spinto con forza ad identificarsi nella società e nei suoi rigidi
valori; quella aperta, invece, è
la società in cui ci si apre all'umanità e si promuove la libertà degli
individui, creando dei nuovi valori da anteporre ai vecchi. Dalle società
chiuse si sviluppano le religioni statiche, quelle cioè istituzionalizzate, che
tendono a favorire un atteggiamento dogmatico e chiuso degli individui; in seno
alle società aperte, invece, nascono le religioni dinamiche, che, in sostanza, si
identificano con il misticismo (cfr. H. Bergson, Le due fonti della morale e della religione,
Laterza, Bari 1995).
[27] Id.,
L’evoluzione, pp. 129-130.
[28] Cfr. Pessina, Introduzione,
p. 51.
[29] Bergson,
L’evoluzione, p. 240.
[30] «Non insisteremo mai abbastanza su
quanto v’è di artificioso nella forma matematica di una legge fisica, e quindi
nella nostra conoscenza scientifica delle cose. Le nostre unità di misura sono
convenzionali e, per così dire, estranee alle intenzioni della natura: come
potremmo supporre che questa abbia rapportato tutte le modalità del calore alle
dilatazioni di una stessa massa d’aria mantenuta a un volume costante?» (ivi, p. 249).
[31] «la realtà è ordinata esattamente nella misura in cui
soddisfa il nostro pensiero. L’ordine è dunque un certo accordo fra il soggetto
e l’oggetto. È lo spirito che si ritrova nelle cose. Ma lo spirito […] può
marciare in due sensi opposti. Ora segue la sua direzione naturale: e abbiamo
allora il progresso sotto forma di tensione, la creazione continua, l’attività
libera. Ora la inverte, e tale inversione, spinta fino in fondo, condurrebbe
all’estensione, alla determinazione reciproca necessaria degli elementi così
esteriorizzati gli uni rispetto agli altri, infine al meccanicismo geometrico»
(ivi, p. 253).
[32] Cfr. Pessina, Introduzione,
pp. 52-53.
[33] Bergson,
L’evoluzione, p. 277.
[34] Cfr. Ivi, pp. 290-291.
[35] Cfr. Minkoumou, Le concept,
p. 125.
[36] Bergson,
L’evoluzione, p. 164.
[37] Id.,
Il riso. Saggio sul significato del
comico, Laterza, Bari 1987, p. 23.
[38] Id.,
L’evoluzione, pp. 86-87.
[39] Ivi, p. 87.
[40] Ivi, p. 292.
[41] «La nostra intelligenza, così
come l’ha modellata l’evoluzione della vita, ha per funzione essenziale quella
di illuminare il nostro comportamento, di preparare la nostra azione sulle cose
e di prevedere, in una data situazione, gli avvenimenti favorevoli o
sfavorevoli che potranno conseguirne. Quindi, in ogni situazione, essa isola
istintivamente ciò che assomiglia a quanto le è già noto; cerca l’identico per
poter applicare il proprio principio, secondo il quale ‘l’identico produce
l’identico’. In questo consiste la previsione del futuro da parte del senso
comune» (ivi, p. 71).
[42] Ivi, p. 69.
[43] «la coscienza è la luce
immanente alla zona d’azione possibile o di attività virtuale che circonda l’azione
effettivamente compiuta dall’essere vivente. Essa significa esitazione o
scelta» (ivi, p. 179).
[45] Ivi, p. 338.
[46] Bergson giustifica questa sua
ipotesi sostenendo che la qualità può essere concepita come un momento del
divenire e la forma come un momento dell’evoluzione. L’ εῖδος, scrive il nostro
filosofo, è «la veduta statica presa sull’instabilità delle cose» (ibidem).
[47] Ibidem.
[48] La durata è il concetto
fondamentale della filosofia di Bergson. Il tempo misurabile dalla scienza è il tempo
della meccanica, cioè un tempo spazializzato, come il tempo dell'orologio, che
è un insieme di posizioni delle lancette sul quadrante; questo è un tempo
reversibile, nel senso che in un fenomeno meccanico è possibile tornare
indietro e ripartire da capo; nel tempo della meccanica ogni momento è esterno
all'altro, è uguale all'altro: un istante segue l'altro e nessun istante è
diverso dall'altro; nessun istante è diverso, più intenso o più importante
dell'altro. Il tempo dell'esperienza concreta è cosa ben diversa dal tempo
della meccanica. E ciò perché il tempo concreto è una durata vissuta,
irreversibile, nuova ad ogni istante (cfr. V.
Mathieu, Bergson. Il profondo e la
sua espressione, Guida, Napoli 1971, p. 41). In Bergson troviamo, inoltre,
una vera e propria ‘teologia negativa’ della durata. Nessun filosofo ha mai
dato al tempo degli attributi positivi e il nostro autore francese vorrebbe
assumersi questo compito, ma, quanto è chiamato ad esprimersi con il
linguaggio, che di sua natura è spaziale, anche lui si trova a trattare del
tempo per via di negazioni. Chi segue la teologia negativa crede che Dio sia
ciò che di più positivo possa esistere e per questo motivo ritiene che ne possa
discutere solo tramite negazioni. Così fa anche Bergson con il tempo (cfr. Ivi, p. 48).
[49] Cfr. Ivi, pp. 340-341. La prospettiva che Bergson pone nelle sue
affermazioni è logicamente quella platonica del Timeo, dove il tempo veniva ritenuto l’immagine mobile
dell’eternità.
[50] R.V. Macri, Che cos’è il tempo? Bergson, Maritain, Dingle a confronto con Einstein,
in Sapienza 1 (2008) p. 30.
[51] Cfr. M. Perrini, «Il più
grave dei problemi»: c’è una vita oltre la morte?, in Studium 1 (1997) p. 73.
[52] Questa analisi, secondo Perrini,
è una critica radicale che Bergson compie degenerando in un eccesso ed in una
omissione, che, però, sono servite a reimpostare il problema della vita oltre
la morte con delle piste totalmente innovative. Bergson, infatti, critica
quegli aspetti del platonismo in cui si trova una argomentazione prettamente
dogmatica (le ‘parti caduche’ del platonismo), ma lo fa scadendo in un rifiuto
troppo intransigente e severo di ogni procedimento aprioristico. Inoltre, in
questo modo, omette di evidenziare come sia stata ‘vasta, profonda, geniale’
l’analisi compiuta da Platone sull’anima umana (cfr. Ivi, p.74).
[53] Bergson,
Le due fonti, p. 192 (il corsivo è
nostro).
[54] Ibidem.
[55] Concludendo la conferenza
tenuta il 28 aprile 1912 presso la sede
di Foi et Vie, Bergson così scriveva:
«Ecco un cervello che lavora. Ecco una coscienza che sente, pensa e vuole. Se
il lavoro del cervello corrispondesse alla totalità della coscienza, se ci
fosse equivalenza tra il cerebrale e il mentale, la coscienza potrebbe seguire
il destino del cervello e la morte essere la fine di tutto: perlomeno
l’esperienza non affermerebbe il contrario, e il filosofo che sostiene la
sopravvivenza sarebbe ridotto a fondare la sua tesi su qualche costruzione
metafisica – cosa generalmente fragile. Ma se, come abbiamo tentato di
mostrare, la vita mentale oltrepassa la vita cerebrale, se il cervello si
limita a tradurre in movimenti una piccola parte di ciò che si svolge nella
coscienza, allora la sopravvivenza diventa così verosimile che l’obbligo di
fornire una prova ricadrà su chi nega, piuttosto che su chi afferma; poiché
l'unica ragione per credere a un'estinzione della coscienza dopo la morte è che
vediamo il corpo disgregarsi, e questa ragione non ha più valore se
l'indipendenza della quasi totalità della coscienza rappresenta anch'essa,
rispetto al corpo, un fatto che si constata» (Id.,
L’energia, p. 44).
[56] Ivi, p. 60 (il testo citato è tratto dalla conferenza tenuta presso
la sede della Society for Psychical
Research di Londra il 28 maggio 1913).
[57] A questo proposito è
interessante rimandare alla conferenza,
di cui accennavamo nella nota precedente, “Fantasmi di viventi” e “Ricerca
psichica”, riportata nel capitolo III de L’energia
spirituale. Queste pagine considerano l’esortazione del nostro filosofo ad
aumentare gli studi su quella terra incognita che è la psicologia, usando una
metodologia a metà strada tra quella propria di uno storico e quella propria di
un giudice istruttore. A questo proposito vengono riportati i casi di telepatia
di una donna, che aveva nella sua mente il quadro preciso della morte del
marito ufficiale dell’esercito nel corso di uno scontro in un campo di
battaglia nel medesimo momento in cui si verificava l’evento stesso. Se questo
episodio di telepatia corrisponde ad un fatto veramente reale, è bene porsi la
domanda se sia il frutto di una interazione di una coscienza su un’altra
coscienza, ossia di una comunicazione tra loro senza la presenza di
intermediari ma solamente con lo sguardo dell’anima. La domanda che si pone Bergson
verte sul fatto se questo tipo di esperienza, eccezionale ma non unica, possa
dirci qualcosa sulla condizione dell’anima dopo la morte (cfr. Ivi, pp. 47-63).
[58] Cfr. Id., Le due fonti,
pp. 232-233.
[59] Ivi, p. 233.
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